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Edoardo Bove, il ritorno: “Il defibrillatore? Parte di me”

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Edoardo Bove
Foto © Stefano D'Offizi

C’è un nuovo inizio che vale più di un contratto, più di una firma, più di un gol. È quello di Edoardo Bove, il centrocampista romano che, dopo un anno di inferno, sta scrivendo il suo più bel capitolo di resilienza sulle corsie del campo d’allenamento del Watford. Intervistato da Paola De Carolis per il Corriere della Sera, il giocatore ha raccontato la sua rinascita dopo l’arresto cardiaco che lo scorso anno ha rischiato di stroncarne la carriera e la vita.

La sua voce è ferma, il sorriso sincero. “Sto bene, sto imparando a conoscere il mio nuovo corpo”, esordisce, parlando del defibrillatore impiantabile che da mesi veglia sul suo cuore. “È come un telefono, un po’ più piccolo, tra le costole e la pelle. Si sente al tocco, senza la maglietta si vede, ma non mi dà alcun problema”. Una presenza costante, fisica e psicologica, che Bove ha imparato ad accettare come parte integrante di sé.

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La paura, l’accettazione e la forza della famiglia

Il percorso non è stato lineare. Bove ammette i momenti di sconforto, gli istanti in cui ha pensato di non poter più calcare un campo da calcio. “Certo. Ci sono momenti così. Puoi solo accettarli”, confessa. La paura di sentire il cuore accelerare durante i primi tentativi di corsa, sette mesi fa, è stata un nemico da affrontare. “È l’aspetto psicologico. È chiaro che dopo un evento del genere hai pensieri diversi, ma devi abituarti”.

A dargli la forza di “andare avanti, un giorno alla volta” è stato l’amore della sua famiglia, della sua ragazza e il sostegno incondizionato del nuovo ambiente. Il Watford, con il proprietario italiano Gino Pozzo e il direttore tecnico Nani, è stato per lui una scelta di cuore. “Non una seconda scelta, ma una sfida, il posto giusto per me… Questa squadra è come una grande famiglia”.

La seconda chance: più vita che calcio

La prospettiva di Edoardo Bove è cambiata radicalmente. L’evento traumatico gli ha donato una lucidità rara. “Il mio problema si è verificato all’età perfetta – riflette – non ero troppo giovane per capire cosa mi stava succedendo o troppo anziano per ricominciare”. Consultati i massimi esperti, la scienza gli ha dato il via libera per riprendere a giocare, con le dovute cautele e controlli.

Ma oggi, per lui, il pallone ha un sapore diverso, più profondo. “Una seconda chance? Con la vita, non solo col calcio”, afferma con saggezza. “Quando per un periodo sei costretto a vivere senza, ti manca, ti rendi conto che è una tua vera passione”. Quella passione che ora insegue con rinnovata gratitudine, consapevole che ogni allenamento, ogni partita, è un dono inatteso.

La storia di Edoardo Bove trascende il calciomercato. Non è una trattativa, ma una lezione. Non parla di valutazioni, ma di valore umano. La sua maglia del Watford è il simbolo di una vittoria che non si misura in punti, ma in battiti cardiaci riconquistati. Un ritorno che è già, di per sé, un trionfo.

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