Calcio italiano a due velocità: aggressivi nel pressing, lenti nel ritmo
Le recenti eliminazioni europee hanno riaperto un antico dibattito: il calcio italiano è davvero rimasto indietro rispetto agli altri campionati del continente? I numeri aiutano a uscire dalla retorica. I dati del CIES mostrano la Serie A ultima per tempo di gioco effettivo e velocità del pallone, capace però di ospitare, al contempo, alcune delle squadre con il pressing più intenso d’Europa. Un paradosso solo apparente.
Pallone lento e pochi sprint, il gap con l’Europa
Il primo dato è facilmente deducibile, visibile ad occhio nudo comparando una qualsiasi partita estera ad una nostrana: la Serie A è ultima tra i top campionati per tempo effettivo di gioco (54’07”) e registra la velocità media del pallone più bassa in Europa, 7,6 m/s contro i 10,4 della Champions League e i 9,8 della Premier. Non è solo una questione di “motore” atletico, ma di contesto tattico e arbitrale.
Un gioco più cervellotico e controllato, ma anche maggiormente spezzettato, rallenta il ritmo complessivo. Gli arbitri interrompono con maggiore frequenza, i blocchi difensivi sono più bassi e compatti, riducendo gli spazi a disposizione. Minor campo da attaccare significa meno corse in campo aperto e meno sprint sopra i 25 km/h: non a caso il campionato italiano non figura nemmeno nella top 10 per metri percorsi ad alta intensità.
In giro per l’Europa, quando le partite diventano verticali e fatte di transizioni, molte squadre italiane appaiono in evidente deficit, sia fisico che tattico-mentale, già semplicemente per la mancanza di abitudine a tanta sfrontatezza e volontà di giocare a viso aperto. La difficoltà fisica, invece, non corrisponde ad una minore distanza percorsa in senso assoluto, piuttosto alla qualità delle corse, ad intensità maggiore e molto più frequenti. Il tutto si colloca all’interno di partite ben più lunghe in termini di tempo effettivo, anche per il diverso metro arbitrale applicato.
Il Como re del pressing e non solo: intensità sì, ma diversa
Eppure, lo stesso Osservatorio CIES certifica che diverse squadre italiane sono ai vertici per intensità del pressing. Il Como guida addirittura la classifica del “pressure index”, con Roma, Bologna, Inter e Juventus tutte nelle prime venti posizioni. Fanalino di coda invece il Milan, che non lo contempla nella sua ricetta, finora vincente.
Trattasi di una metrica calcolata considerando altezza, rapidità di recupero, aggressività e frequenza delle azioni difensive. Questo significa che le squadre italiane sanno essere organizzate e coordinate senza palla. Non è un problema di disciplina tattica, anzi.
Il punto è un altro: il pressing in Serie A si inserisce spesso in contesti più prudenti, con blocchi medi o bassi e fasi di studio prolungate. Si pressa bene, ma meno a campo aperto. Si recupera palla, ma in spazi più compressi.
Il calcio italiano non è “fermo”: è strutturato diversamente. Tuttavia, quando il confronto si sposta sui terreni delle competizioni continentali, il divario emerge. La sfida non è correre di più ma adattarsi a ritmi alti, dettati in parte da direzioni di gara differenti ma anche (e soprattutto) da giocate di qualità individuali che fanno saltare gli schemi e che rappresentano, a loro volta, un tallone d’Achille di molteplici squadre italiane.
