Salta al contenuto

Bodo/Glimt, la fabbrica del calcio oltre il gelo

3 min
Bodo Glimt
Foto © Stefano D'Offizi

Oltre il Circolo Polare Artico, dove il calcio non chiede permesso

C’è un luogo, nel nord della Norvegia, dove il sole in inverno è un ricordo e l’erba cede il passo al sintetico dell’Aspmyra Stadion. Un luogo dove il vento taglia la faccia e le temperature sfidano l’idea stessa di giocare a pallone. Eppure, da lì, è partita una rivoluzione silenziosa che ha travolto l’Europa.

Il Bodo/Glimt non è più una favola romantica, una nota a margine nei quadri delle competizioni UEFA. Dopo aver eliminato l’Inter con un perentorio 5-2 complessivo, i norvegesi hanno mandato un messaggio chiaro al vecchio continente: siamo qui per restare. E per insegnare.

Bodo/Glimt, una macchina da gol europea

I numeri del Bodo/Glimt in ambito internazionale hanno dell’incredibile. Dal 2021 a oggi, la squadra di Kjetil Knutsen ha messo a segno 99 reti nelle coppe. Una media spaventosa, impreziosita da imprese memorabili: otto gol alla Roma, una rete alla Juventus e ora il doppio successo contro i nerazzurri.

Ma il dato che impressiona di più è quello casalingo: 30 vittorie nelle ultime 40 partite europee giocate tra le mura amiche. Un fortino inespugnabile, costruito non con i soldi o con i campioni, ma con un’idea.

Il metodo Knutsen: la squadra come organismo

A guidare questa rivoluzione è un norvegese di 57 anni, Kjetil Knutsen, che ha trasformato un gruppo di giocatori sconosciuti al grande pubblico in una macchina perfetta. Il suo Bodo/Glimt si muove come un unico organismo: pressione alta, sviluppo dal basso con coraggio (e rischio), un 4-3-3 che è molto più di uno schema, è un’ideologia.

Non c’è una stella, in questa squadra. La stella è il collettivo, la capacità di stare in campo con una coesione tale da annullare i singoli. La palla circola rapida, le linee si compattano, difesa e attacco respirano allo stesso ritmo. È calcio totale, ma senza filosofie astruse. È pragmatismo applicato alla bellezza.

Dalla retrocessione al dominio: la parabola

Per capire il Bodo/Glimt, bisogna partire da lontano. Nel 2016 la squadra retrocesse. Un colpo durissimo per una realtà di provincia, lontana dai riflettori. Ma invece di disperarsi, il club ha costruito. Ritorno immediato in massima serie e, dal 2020, dominio assoluto in Norvegia: titoli, record di punti, valanghe di gol.

Tutto senza sforare i bilanci, senza cercare scorciatoie. Il modello è chiaro: scoprire giovani, valorizzarli, cederli e reinvestire. Un ciclo virtuoso che ha permesso di mantenere competitività e identità.

La lezione di Thierry Henry

A sintetizzare il miracolo sportivo del Bodo/Glimt ci ha pensato Thierry Henry, che ha visto da vicino cosa significa affrontare questa squadra:

“I soldi e i grandi nomi non bastano quando hai una vera squadra contro di te.”

Ed è esattamente questo il punto. Al Metropolitano contro l’Atletico Madrid, a San Siro contro l’Inter, in ogni notte gelida del nord, i “Vichinghi” non hanno mai chiesto il permesso di appartenere all’élite. L’hanno semplicemente conquistata, a suon di prestazioni e di gol.

Una città di 50.000 abitanti, un club con 109 anni di storia, migliaia di tifosi che seguono la squadra in ogni angolo d’Europa. Non è più una sorpresa, non è più una favola. È una lezione. Che nel calcio, per quanto cambino le stagioni e i calendari, la collettività può ancora superare il peso dei nomi. E il Bodo/Glimt ne è la prova vivente.