Wenger a ‘Repubblica’: “In questo calcio di ricchi si sa già chi vince”

Wenger a ‘Repubblica’: “In questo calcio di ricchi si sa già chi vince”

I foschi ricordi di gioventù. Un calcio di ricchi, il pallone come fatto economico. Ma anche il pallone d’oro vinto da Weah nel 1995, suo ex giocatore al Monaco, che custodisce a casa. Una vita spesa a Londra nord, prima ad Highbury poi all’Emirates. E’ arrivato nel 1996, se n’è andato nel 2018, dopo ventidue anni, molti trofei, e un cambiamento radicale imposto ai Gunners. “Quando arrivai c’erano 70 dipendenti, ora sono 700. Le azioni valevano 800 sterline, ora 17 mila”. 

Lui è Arsene Wenger, dall’Alsazia, Francia. Ha parlato a ruota libera al quotidiano ‘Repubblica’ sul calcio di ieri, quello di oggi, e sulla sua autobiografia, “Una vita in biancorosso”, edita da Baldini e Castoldi che uscirà a breve. “Caricavo sacchi di carbone per aiutare mio zio. Era un mondo povero. Anche un cavallo era una ricchezza. Bisognava faticare. Non pensavo a nulla all’infuori del calcio. Nel libro racconto di come sono allergico alle sconfitte, è un fatto fisiologico da sempre per me. Quando perdi, anche la vista del mare diventa insopportabile”. 

Con i Gunners ha vinto 3 campionati, 7 FA Cup e 7 Community Shield. Tra il 2003 e il 2004 l’Arsenal stabilisce il record di imbattibilità in Premier League di 49 partite consecutive senza sconfitta. Ma a lui la cinquantesima non andò giù: “Non meritavamo di perdere. E fu proprio contro il Manchester United”. E con Alex Ferguson, non certo per cattiveria, Wenger non è mai rimasto in contatto. Klopp potrà fare come voi, ossia un ciclo in panchina così lungo? “Forse, ma è un po’ troppo anziano già ora. Dipende dal carattere. Io amo le cose che durano, che partono dalle radici. Anche al Monaco sono stato l’allenatore più longevo. Serve tempo e pazienza e te le devono concedere la società”. 

Wenger oggi fa il responsabile dell’area sviluppo del calcio per la Fifa. E non è proprio entusiasta di questo calcio: “C’è troppa distanza tra club e tifosi. Si sono messi in mezzo agenti, procuratori. Il calcio è popolare, ma distante. Si sono congelate le posizioni, vince chi ha speso prima delle limitazioni del Fair Play Finanziario. E’ uno strumento che va rivisto. Oggi è tutto noioso, e il bello del calcio invece dovrebbe essere l’imprevedibilità”. Un calcio di ricchi che al francese non piace, seppur anche lui fu parte dell’ingranaggio.

Ma qual è il suo più grande rimpianto? “I miei errori. Penso sempre a ciò che ho fatto e che avrei potuto fare. Girava poi voce che costringessi i giocatori a mangiare broccoli a colazione, pranzo e cena. Non era vero”. Eppure, Wenger è stato un precursore della cura della dieta, del sonno, degli allenamenti moderni insomma. “Sì, ma una volta beccai un giocatore a fumare una sigaretta. Si aspettava una reprimenda, e invece  gli dissi che una sigaretta accompagnata da un buon drink è l’ideale”. 

C’è spazio ancora per il romanticismo: “Sono arrivato in alto senza sconvolgere i miei valori. E custodisco il pallone d’oro che Weah mi donò a San Siro: ero lì per caso e gli steward non mi volevano far entrare. Lo ricevetti dalle sue mani, e insieme al trofeo custodisco il ricordo prezioso di quel giorno: non c’è ricompensa più bella per un allenatore di influenzare positivamente i calciatori che ha avuto”. Non ti è andata poi così male, Arsène.

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