E’ stato senza dubbio il nome più chiacchierato del weekend quello di Giovanni Simeone, attaccante dell’Hellas Verona e autore di quattro reti domenica nel match vinto contro la Lazio di Sarri. In questa lunga intervista alla “Gazzetta dello Sport” si è raccontato ed ha svelato alcuni suoi riti prima delle partite. Ecco alcune delle sue dichiarazioni.

VERONA SIMEONELa gioia condivisa con tutto il Bentegodi: “La gioia più grande? Vedere il magazziniere, Antonio, che si è emozionato, si è messo a piangere e mi ha abbracciato. È stato davvero toccante, siamo come una famiglia qui. E poi i tifosi, raramente ho visto un pubblico così caldo. Fantastico. Dove vogliamo arrivare? Sempre nello stesso posto: alla salvezza. Quando sono arrivato, prima di dirmi ciao mi hanno detto: dobbiamo salvarci”.

E ancora: “Non li avevo mai segnati quattro goal. Quando arrivo a due mi dico che devo fare il terzo e mi riesce poche volte. Anche stavolta, dico sul serio, non ero soddisfatto del tutto. Potevo segnarne altri due. Mi sono alzato e ho pensato: e se faccio 23 cose stavolta? Solo che la sensazione era diversa, non mi sono svegliato bene, avevo mal di schiena infatti ho chiesto subito di lavorare sulla mobilità per riattivarmi. E poi ho fatto i miei giorni di concentrazione sul computer”.

Rocky per caricarsi: “La cosa buona è che ho capito di non essere nello stato psico-fisico giusto e ho lavorato per arrivare alla partita meglio possibile. Poi ho guardato un film di Rocky, lo faccio sempre, ho bisogno di una carica extra. C’è una frase di Rocky che poi penso sempre: che la vita ti mette spesso in ginocchio e non importa quando colpisci, importa quante volte ti rialzi”.

VERONA SIMEONE – Sulla concentrazione e lo studio dei difensori: Non è un segreto, solo tanto lavoro. Cerco sempre di migliorarmi e uso tutti i metodi possibili, tra cui quelli che ho citato. In più ho imparato a fare la meditazione giusta. Ma questo non vuol dire che tutti dovrebbero fare così. Ognuno ai suoi metodi. Con me funzionano questi, mi fanno sentire in equilibrio, in tutti sensi”.

“Stavolta non ho studiato i difensori, sapevo che era Radu magari avrebbe avuto difficoltà perché non giocava da tanto tempo. Mi sono concentrato di più su Reina parlando con il preparatore dei portieri. Poi in verità è stato Caprari a mettermi da campione davanti alla porta due volte”.

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