Udinese come il Gattopardo e a pagare sono sempre i tifosi (e l’allenatore)

Udinese come il Gattopardo e a pagare sono sempre i tifosi (e l’allenatore)

UDINESE GATTOPARDO – Scomodare la citazione più abusata del novecento, quella che la sapiente penna di Tomasi di Lampedusa mise in bocca a Tancredi, nipote del Principe di Salina, è esercizio semplice; ma quanto mai contestualizzato alla situazione che vive l’Udinese da anni.

Un collega, in tribuna stampa, al termine del primo tempo di Udinese-Roma (quando la situazione dal punto di vista del punteggio era ancora ricomponibile, quella psicologica ormai smarrita da tempo) ironicamente mi ha fatto vedere come nelle ultime sei stagioni, il club friulano abbia chiamato così tanti allenatori da poter schierare un undici competitivo da poter lottare per la salvezza in Serie A.

In ordine non cronologico, né di ruolo, diciamo ordine sparso; perché spesso è stata casuale la scelta degli uomini messi a sedere sulla panchina di una squadra.

Che, tolte le big storiche del campionato – e la Juventus per ovvi motivi – è quella che da più stagioni resiste in Serie A, troviamo, dopo Guidolin: Stramaccioni, Iachini, Nicola, De Canio, Colantuono, Delneri, Oddo, Velazquez, per finire con Tudor due volte, chiamato e richiamato e ricacciato.

E poi con Gotti che oggi siederà ufficialmente come allenatore in prima; ma che probabilmente sarà destinato, già nelle prossime ore, a lasciare il posto a un nome, a caso – mai termine fu più giusto, sono tutti profili completamente differenti uno dall’altro per profilo, background, caratteristiche ecc ecc – e a scelta tra Gattuso, Zenga, Guidolin, Ballardini. E chissà chi altro scalerà le gerarchie della rosa di possibili allenatori in queste ore.

Undici allenatori differenti che sono riusciti, dall’addio di Guidolin a portare l’Udinese sempre più in basso; ma chissà perché, cambiavano gli allenatori, ma la situazione in classifica è sempre stata la medesima. E quindi di chi è la colpa?

I tifosi restano a guardare la situazione ormai nota: una buona partita, magari anche due, con una vittoria di grinta e carattere; e poi di nuovo mediocrità che lascia il passo a partite come quelle di Bergamo e in casa con la Roma: dalla medicorità al disastro più totale.

Ma guai a criticare i giocatori, a chi passeggia in campo e ha dimenticato come si gioca; a chi costruisce una squadra fatta da esordienti in serie A o giocatori di venti nazionalità differenti che spesso faticano a trovare un’amalgama.

Guai a creare uno spirito identitario o dare continuità a un progetto – per chi scrive stride ancora la cacciata di Velazquez.

Una squadra dotata di una fragilità psicologica sconcertante – ne avevamo anche parlato di come questa squadra non appena subisce un gol va in tilt. Ma a pagare e creare alibi a chi scende in campo e a chi costruisce la rosa, è sempre l’allenatore.

Undici avvicendamenti in panchina nelle ultime stagioni, tra cui anche allenatori quotati, di certo non gli ultimi arrivati; ma che vanno a ricomporre una situazione che è sempre la medesima.  “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.” Oggi a Genova un’altra puntata di questo show.

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