“Turiamoci il naso e votiamo DC”. Elezioni politiche 1976, lo storico invito di Montanelli è restato negli annali. Nel 2021, un’era geologica dopo, la politica non c’entra nulla. O forse sì. E’ quella calata nello sport, non certo da oggi, che insieme all’economia vale più del semplice significato di un pallone che rotola.

Il calcio e la Superlega, o meglio, quindici club prendono il pallone come quando si giocava in cortile da piccoli e magari qualcuno dei partecipanti, indispettito, levava le tende dopo aver subito l’ennesimo tunnel o l’ennesimo gol.

Loro, se ne vanno dal recinto Uefa e vogliono fondare una competizione nuova, ma già nell’aria da tempo. Fin quando il caos in divenire si trasforma in un grande bluff.

SUPERLEGA: LE TAPPE DI UNA METAMORFOSI

Il nuovo scenario internazionale che, a questo punto si può dire, avrebbe dovuto riscrivere il calcio, mette certamente a nudo, comunque, l’aria che tira: ossia un duello all’interno del pallone all’ultimo sangue per non lasciar cadere nemmeno una moneta per terra.

La Superlega non sarebbe, o non sarebbe stata, un punto di partenza, bensì un punto d’arrivo di un calcio già business da tempo.

Perlomeno dal 1992, anno in cui si compie un’altra famosa secessione, ossia quella che orchestrano i club della First Division inglese contro la Football League, per formare l’attuale Premier League e negoziare liberamente i diritti televisivi.

E l’anno in cui accade anche altro: a settembre parte la nuova Champions League, ossia la Coppa dei Campioni smembrata dei suoi turni a eliminazione diretta e inscatolata in due gironi che porteranno alle semifinali.

Una sorta di ibrido, poiché prima dei raggruppamenti, un paio di turni a eliminazione diretta sono sopravvissuti. Diventerà tutta a gironi nella stagione 1994-95: sedici squadre, ossia solo quelle campioni dei rispettivi paesi.

Poi via agli allargamenti costanti: sono prima 24, poi 32, quando nel 1998-99 la serie A qualifica per la prima volta quattro squadre, nonostante due debbano passare dai preliminari. Nel 2002-03, per vincerla, il Milan, partito pure dai preliminari, dovrà disputare 19 partite.

LA VALANGA DEL BUSINESS

Da quel ’92, è un crescendo: due anni dopo si alzano i cori di protesta per le partite a mezzogiorno nei forni statunitensi del Mondiale che vincerà il Brasile, naturalmente per esigenze televisive.

Nel 1995 arriva la legge Bosman, con il giocatore “svincolato” che può scegliersi liberamente una squadra, nessun limite agli stranieri in rosa; e nel 1999 cade la Coppa delle Coppe.

Più avanti, si allarga il Mondiale (Francia ’98 è il primo a 32 nazioni), vengono introdotti i gironi anche in Uefa per un breve periodo; e Euro 2016 diventa il primo Europeo a 24 squadre e non più a 16. E a comandare, dall’alto, le tv, la scatola principale che racchiude tutte le altre matriosche.

Più partite, più diritti televisivi, ossia più soldi. Che è il nocciolo di tutta la questione. Nel calcio business, o “calcio moderno” come lo chiamavano le curve che lo contestavano (ormai da tempo non v’è traccia di ribellione, e questo è un altro indicatore), ci siamo da un bel po’ di tempo; e il naso ce lo siamo turati sistematicamente.

Ma lo abbiamo fatto anche perché, probabilmente, c’era ancora qualche Davide che batteva tanti Golia. La tv ha prodotto il calcio spezzatino: partite a qualsiasi ora, con i tifosi dietro a protestare ma gli stadi mai vuoti del tutto.

SUPERLEGA, SUPER IPOCRISIA

La questione che rimane, al di là del deplorevole caos mediatico e della figura barbina già certificata di chi ha pasticciato in mondovisione, non è dunque la guerra tra un calcio romantico e un calcio moderno, bensì la guerra tra due “calci moderni”, perdonate l’orrenda declinazione. Con la differenza che uno dei due, la Superlega, risultava solo ben più remunerativo dell’altro.

Il Covid? Un pretesto. Questa mossa era pronta da anni, e si sapeva. E la Champions League allargata a 36 e senza più il sorteggio agostano dei gironi dal 2024, è un altro male sull’altare del business. Minore, forse, ma sempre una logica di business, sia chiaro.

Altro lascito di questa deflagrazione, permetteteci di dire, è il trionfo dell’ipocrisia: la Uefa che tira in ballo i tifosi e la passione, Al Khelaifi (patron del PSG che non sarebbe entrato nella Superlega semplicemente perché BeIn Sport, che ha i diritti per la Champions League, è roba sua, oltre ad essere membro del board Uefa) dice che la sua squadra ha sempre riconosciuto che il calcio “è di tutti”, ma dei 200 e passa milioni di euro spesi per Neymar, non v’è però più traccia nella testa del magnate.

E anche Perez, numero uno del Real, nel comunicato congiunto di domenica aveva specificato: “Abbiamo una base di tifosi molto ampia, dobbiamo rendere conto ai loro desideri”. Che non sono, a giudicare dalle sollevazioni, esattamente gli stessi di Florentino però.

IL SENTIMENTO POPOLARE

D’altronde, al netto di questo triste opportunismo, se possiamo fare una porta con due giubbotti sistemati su un prato, e qualsiasi oggetto (pallina da tennis o persino una lattina di coca cola o un pacchetto vuoto di sigarette) diventa un pallone, è perché il calcio non ha bisogno di grandi strumenti per essere giocato, al contrario di altri sport. E in questo c’è tutta la sua essenza: che piaccia o meno, il calcio in Europa è cosa seria.

Nessuna riforma, nessun desiderio pur lecito di evolversi, financo di accrescere i ricavi, non può prescindere dalla struttura portante, ossia il sentimento della gente. Che si raduna davanti ai maxi schermi nelle estati dei mondiali (ci hanno tolto pure queste: nel 2022 si gioca in inverno, e stavolta la FIFA non ha fatto una piega), che inonda d’entusiasmo i pullman rientranti da epiche imprese europee, che si mette in fila per un biglietto sotto la pioggia, che si fa chilometri e chilometri perché “sola non ti lascio”, che non mangia quando vede la propria squadra perdere.

E’ il padre che trasmette al figlio la fede, e che mette insieme i soldi per comprargli il biglietto della sua prima partita allo stadio.

E’ Marine-Tottenham di FA Cup di questa stagione: un campetto quasi da calcetto, con la gente affacciata alle finestre delle case circostanti per vedere le gesta di Kane o Bale.

Ma se c’è un elemento del calcio odierno, uscito dalla bocca di chi si è prodigato per la Superlega, è l’intercettazione del tifoso: quella fede tramandata da padre a figlio non conta più.

D’altronde, i ventenni di oggi, che partite giocano alla playstation? Crotone-Udinese o forse Real-Barcellona? Ecco un altro elemento che è servito ai dissidenti per corroborare l’ipotesi di una radicale trasformazione del pallone; dove conta fare lo scanner al tifoso medio e capire cosa fa, che gusti ha, che cosa mangia, quanti capelli ha in testa. Per poi rifilargli un prodotto su misura.

Questo vogliono i “grandi avidi”: decidono loro se tu sei del Real, del Barcellona o del Milan. Perché sei un cliente, e non un tifoso. E diciamoci la verità, è pure colpa nostra. L’indotto fa il prezzo: se nessuno segue, il sistema si sgonfia.

Pur nella condanna di un progetto unicamente sviscerato per volerne sempre di più (di milioni in tasca, s’intende), mettiamoci in testa di iniziare a voltarci dall’altra parte. E riscoprire quelle storie di calcio che hanno scolpito questa avventura lunga più di 130 anni.

Tuffandosi nel romanticismo ma senza passare per nostalgici, e al contempo aprendoci al nuovo, che mantenga però uno straccio di Davide contro Golia.

Forse la Superlega non si fa, forse non dovremo turarci il naso. Mettiamo giù due giubbotti, la partita continua.

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