Nella serata di ieri, il calcio ha perso una delle sue leggende: Robert Rensenbrink, stella della grande Olanda degli anni Settanta, è morto a soli 72 anni. A portarlo via, un’atrofia muscolare con cui combatteva da diversi anni. “I miei tempi di reazione sono cambiati – aveva raccontato nel 2015 -. Ho perso un po’ di peso ma non mi sento ancora male. Ho scoperto di avere questa malattia degenerativa nel 2012 e la mia situazione è rimasta stabile per tre anni. Vado in ospedale ogni 6 mesi per gli esami.”
Ala mancina di grande talento e dotata di un ottimo dribbling, Rensenbrink era l’alter ego del grande Johan Cruijff, con cui formava una coppia formidabile nella grande Olanda che sfiorò la vittoria dei Mondiali nel ’74 e nel ’78. Suo, il palo colpito al ’91 nella finale del ’78 contro l’Argentina. Un palo che avrebbe potuto cambiare la storia e che spesso ha condizionato il giudizio sulla sua carriera.

L’Uomo Serpente del grande Anderlecht

Robert Rensenbrink debuttò fra i professionisti nel 1965, a 18 anni, quando indossò la maglia del DWS Amesterdam. Il secondo club della capitale olandese riuscì a strappare il ragazzo alla concorrenza dei rivali dell’Ajax, assicurandosi un grandissimo prospetto. Lui resta nel club fino al 1969: durante l’estate, sembra destinato ad accasarsi al Feyennord, ma Ernst Happel preferisce sostituire Coen Moulijn cambiando ruolo a Franz Hasil; di conseguenza, si fa avanti il Bruges che, per 450mila fiorni, lo porta in Belgio. Nella Fiandre, gioca 55 partite condite da 24 reti e la stampa gli affibbia il soprannome di Uomo Serpente. Dopo due stagioni, passa all’Anderlecht, squadra a cui dedica ben nove stagioni; con i Paars-wit va sempre in doppia cifra, vincendo anche 2 Campionati, 4 Coppe del Belgio, 2 Coppe delle Coppe e 2 Supercoppe Europee. Alla fine, saranno 143 le reti siglate in 260 presenze. Una squadra stratosferica quell’Anderlchet, che si guadagna addirittura il soprannome di Nederlecht, per via della grossa presenza di calciatore olandesi: infatti, oltre a lui, ci sono Van Bist, Duisbaba, Vanderlest, Coeck e Haan.
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Proprio lui, regala all’Anderlecht la prima Coppa delle Coppe, siglando una doppietta nella finale vinta 4-2 contro il West Ham nel 1976. Si ripeterà in Supercoppa Europea pochi mesi dopo: dopo aver perso 2-1 in Baviera, i belgi abbattano il Bayern Monaco di Franz Beckenbauer con un secco 4-1 (anche qui, doppietta). Si ripete 2 anni dopo: altra finale di Coppa delle Coppe e altra doppietta; questa volta, la vittima è l’Austria Vienna, abbattuto da un secco 4-0. Segnerà anche nella Supercoppa Europea vinta contro il grande Liverpool di Bob Paisley (3-1 a Bruxelles, 2-1 in Inghilterra). Reti e prestazioni che portano Rensenbrink a sfiorare anche il Pallone d’Oro: è 2° nel 1976 e 3° nel 1978.

 Nel 1980, volta negli USA per giocare con la maglia dei Portland Timbers. Scelta di cui si pentirà in futuro, rivelando di aver rifiutato le proposte di Real Madrid e Inter, che gli avrebbero consentito palcoscenici più gloriosi. Dopo una stagione, torna in Europa, in Francia, al Tolosa, dove si ritira nell’estate 1982.

Robert Rensenbrink e l’Olanda: sempre ad un passo dalla gloria

Se nella sua carriera nei club, pur avendo vinto, non è riuscito ad entrare nell’Olimpo del calcio, non molto diversa è la sua avventura con la maglia della Nazionale Oranje. Infatti, la storia di Robert Rensenbrink si mischia alla perfezione con la storia della Grande Olanda che, come lui, è arrivata sempre ad un passo dalla gloria.

Esordisce in Nazionale proprio nel 1974, al Mondiale di Germania. Infatti, grazie ad un litigio fra Johan Cruijff e Piet Keizier, Riinus Michels lo inserisce al posto di quest’ultimo. Disputa un ottimo Mondiale, mostrando una grande intesa con il Profeta del gol. Tuttavia, si infortuna in semifinale contro l’Argentina e, contro la Germania, Michels lo rischia; Rensenbrink, però, non sta in piedi, ed esce a primo tempo. E con lui, tutta l’Olanda sembra non rientrare in campo nella ripresa, dove i tedeschi la fanno da padroni.

Nel 1978, in Argentina, è pronto a prendersi la scena: arriva in finale con 5 reti all’attivo, presentandosi come l’alter ego di Mario Kempes, stella della Seléccion. Anche qui, si dovrà arrendere ad un passo dal mito: Kempes porta in vantaggio i padroni di casa; Nanniga pareggia; poi, arriva il momento che segnerà la sua carriera per sempre. Al novantesimo e quindici secondi, Brandts batte una punizione dalla propria metacampo; lui, scatta, supera i difensori e aggancia il pallone, anticipando anche il portiere in uscita. La palla supera l’estremo difensore e qui ci troviamo di fronte ad una delle più grandi sliding doors nella storia dello sport: la palla si stampa sul palo ed esce fuori.

Ci sono momenti che possono cambiare la storia di un uomo, di una squadra e di un Paese intero: questo era uno di quelli. Ecco, perché Robert Rensenbrink forse, è il vero simbolo di quell’Olanda che ha osato avvicinarsi talmente tanto agli dei del calcio da venire abbattuta, come Icaro le cui ali vengono bruciate dal Sole.

Che la terra ti sia lieve Robert

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