Riccardo Cucchi: “Quel giorno con Maradona in un albergo svizzero…” – ESCLUSIVA EC

Riccardo Cucchi: “Quel giorno con Maradona in un albergo svizzero…” – ESCLUSIVA EC

Marziano in campo, umano fuori. Il pubblico ludibrio al quale è stato esposto Maradona, scomparso lo scorso 25 novembre, non si placa nemmeno postmortem, con la guerra sull’eredità che è solo all’inizio e tante speculazioni che vengono scoperchiate. Ma Diego era due persone, in fondo: scatenato sul rettangolo di gioco e nella vita, ma profondamente sensibile nei rapporti interpersonali. Come nel caso di un giorno del 1989, in Svizzera, nel bar di un albergo dove il Napoli era in ritiro prima di un match. Lo può testimoniare Riccardo Cucchi, voce storica di “Tutto il calcio minuto per minuto”, che con la consueta gentilezza e dovizia di particolari ci racconta una delle sue interviste più sognate, più riuscite, più preziose.

Riccardo, come andò quell’incontro con Maradona?

“Mario Giobbe voleva realizzare delle interviste per la radio alla vigilia del Mondiale italiano del 1990. Devo dire grazie al capo ufficio stampo del Napoli di allora, Carlo Iuliano, persona squisita ed amichevole – sottolinea Riccardo Cucchi – che mi organizzò l’incontro con Maradona, perché con gli uffici stampa una volta c’erano meno problemi di oggi, sapevano perfettamente cogliere le esigenze dei colleghi. Lui mi aiutò moltissimo.

Ci trovammo nel bar di un albergo in Svizzera, dove il Napoli era in ritiro per una partita di Coppa, e bevemmo un caffè insieme. Beh, in realtà lo bevvi io: Diego, abituato a quello di Napoli, non lo assaggiò nemmeno. Mi colpì la sua disponibilità nei confronti di un cronista quale ero io, che cercavo col lavoro di conquistarmi la fiducia dei collaboratori e dell’azienda.

Lo avevo incontrato solo in occasioni fugaci, ci conoscevamo di vista ma certamente non eravamo amici. E invece lui si fece trasportare dalle emozioni, alternando sorrisi ed entusiasmo tipici di un bambino mentre raccontava, come fossimo vecchi amici.

Stare di fronte a lui per così tanto tempo e guardarsi negli occhi, significò avere l’impressione che avesse mantenuto la sua ingenuità e purezza di bambino, come quando sognava di giocare e vincere una Coppa del Mondo. Ecco la sua grande peculiarità: essere rimasto bambino, vivendo il calcio cercando di cogliere tutte le passioni e le emozioni che può coltivare uno sport così bello”. 

Mario Giobbe, che hai citato prima, voleva quell’intervista sul Maradona innamorato del calcio e dell’Argentina, e non su polemiche o attualità. Oggi molti direttori di testate giornalistiche chiederebbero il contrario…

“Faccio due osservazioni: il capo all’epoca ti diceva ‘vai e fai’. Non c’erano altre indicazioni. Se dovevi raggiungere il presidente degli Usa, lo dovevi fare. E se non ci riuscivi, avrebbe comportato un punto negativo. All’epoca si chiedeva ai giornalisti di fare i giornalisti, ossia cercare le notizie, senza chiedere alcuna istruzione.

La radio è stata la prima grande testimone della storia e del racconto, soprattutto nel calcio, sin dagli anni Trenta con Niccolò Carosio. Ha avuto un grande tirocinio, ed essa ha bisogno della memoria, la radio è memoria.

La formazione di ciascuno di noi di quella generazione e di quei maestri, Ciotti, Martellini, Zavoli, Ameri, quelli con cui lavoravo io, era data da un travaso di storia che andava tramandata di generazione in generazione. E la radio in questo era molto attenta, e spero lo sia ancora”.

Durante quella intervista c’era un elemento di distrazione notevole: il suo piede sinistro, piccolo e magico…

“Ero consapevole di essere davanti a un mito. Io ho sempre vissuto la mia professione con grande entusiasmo, ho fatto 8 Olimpiadi, ho vissuto tante storie in prima persona e ogni tanto avevo questa sensazione che in mezzo a questi eventi si aprisse un mondo, figlio della mia passione.

Figuriamoci davanti a Diego: io cercavo sempre quel piede sinistro, ricordo che lui era vestito in tuta, indossava un cappellino da baseball, e lui mi disse ‘ma cosa guardi sempre il mio piede?’ e io che gli spiegavo come fosse possibile che dentro un piede così piccolo ci fosse così tanta magia. Conservo quella intervista in una cassetta, la vorrei trasferire su un supporto di ultima generazione e condividere con tutti quella chiacchierata”, ha chiosato Riccardo Cucchi.

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