PELLEGRINI ROMA – Lorenzo Pellegrini si appresta, silenzioso, a diventare uno dei leader assoluti della Roma e non solo, anche del calcio italiano. D’altronde uno con le sue caratteristiche tecniche e tattiche va salvaguardato. Fatto crescere per vederlo diventare perno della nazionale che fra pochi mesi scenderà con importanti ambizioni in campo per Euro 2020.

La Gazzetta dello Sport ha proposto una lunga intervista, qui alcuni stralci tratti da pagineromaniste.com:

Come comincia l’amore per il calcio?
Da mio padre. Lui ha sempre avuto una passione incredibile e me l’ha trasmessa. Passavo le ore con lui a giocare in giardino a “passaggi e tiri in porta”.

Totti era il suo idolo, ricorda quando lo ha incontrato la prima volta?
La prima volta che ci ho parlato è quando con la Primavera ci allenammo con la prima squadra. Da ragazzino ci parlavo tantissimo, dentro di me, lui non lo sapeva. Era un dialogo a senso unico.

Ha sempre giocato a centrocampo?
No, fino ai dieci anni mi schieravano attaccante, ero alto e grosso. Poi sono cresciuti anche gli altri e furono momenti duri, facevo fatica a trovare il mio posto in squadra. L’allenatore che avevo allora mi disse che per farmi giocare mi avrebbe spostato a centrocampo. Accettai subito, avrei giocato ovunque. Vincenzo Montella mi ha insegnato tanto, anche tatticamente. Furono preziosi i consigli del suo vice, Daniele Russo, che era stato centrocampista.

Pellegrini Roma

Poi lei ebbe una malattia seria.
Sì, era la conseguenza infettiva di una mononucleosi che avevo contratto nello spogliatoio. Malattia asintomatica che produsse una serie di anomalie nel funzionamento del cuore. Degli scompensi, che il mio cuore compensava accelerando i battiti. Ogni piccolo sforzo mi produceva un affanno terribile, decisero un piccolo stop di sei mesi. Dopo quattro mesi facemmo un controllo, l’esito era positivo e rientrai in campo dopo poco.

Perché è così difficile vincere a Roma?
Vincere è difficile dappertutto. L’unica cosa che si può fare per vincere è lavorare, essere seri, professionali e creare un clima positivo tanto forte da resistere alle pressioni esterne. La Roma oggi sta crescendo anche in questo.

Quest’anno la Champions è un obiettivo realizzabile?
E’ il nostro obiettivo. Questo è stato un anno di grandi cambiamenti, stiamo migliorando. Non dobbiamo porci limiti, la Champions è raggiungibile se continuiamo così.

Si sente più mezzala o regista?
Forse più mezzala. Il regista ha più compiti e responsabilità tattiche. A me piace vagare per il campo, toccare la palla tante volte, essere sempre nel vivo del gioco. Fonseca mi lascia libero, mi dice sempre “Dov’è lo spazio, tu vai”.

Cosa ha imparato da Totti?
Tanto. Quando era in campo non si poteva non rubare con gli occhi da lui. Da solo valeva il prezzo del biglietto. Mi ha aiutato a capire tante cose qui dentro, ad avere gli atteggiamenti giusti, mi ha confortato nei momenti difficili. Non entro nelle vicende specifiche ma a livello umano mi dispiace tantissimo venire qui e non vederlo tutte le mattine, come succedeva prima. E lo stesso vale per Daniele.

Sarà un giorno capitano della Roma?
E’ una cosa molto importante, significa trasmettere agli altri cosa significa giocare a Roma, nella Roma. Ora c’è Florenzi e nessuno sa farlo meglio di lui. Sa trasmettere il senso di questa identità e sa capire e tirare fuori il meglio dai compagni di squadra. Se questa squadra ora è in ripresa il merito è suo, di Dzeko, di Kolarov e tanti altri.

Resterà a vita nella Roma?
Io cerco sempre di essere sincero. Che si possa paragonare la mia carriera futura a quella di Francesco o Daniele per me è solo un onore. In questo momento vorrei stare qui per sempre ma certamente questa deve essere anche l’intenzione della società. Io sono un ragazzo molto ambizioso, che pretende molto da se stesso e dagli altri. Per me sarebbe perfetto restare qui per sempre. Sono orgoglioso della Roma, penso che la società possa crescere ancora. Qualcuno dice che vincere uno scudetto a Roma è come vincerne dieci. Io voglio vincerne dieci, non uno. Dieci che valgono dieci.

Europei: finalmente c’è una generazione di centrocampisti di livello continentale. Pensa che siamo tra le prime quattro squadre?
Ci sono tanti giovani e io sono felice di allenarmi con giocatori di alto livello. In questi mesi è cresciuta la fiducia e per questo la nazionale è importante. Ora dobbiamo scordarci tutto quello che abbiamo fatto di buono perché la fase finale è un’altra cosa. Ci sono squadre che per i risultati sono davanti a noi, se siamo tra le prime quattro vorrei dirlo alla fine del torneo. Forse dire che siamo la prima delle quattro.

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