Milan, restare tra le prime quattro. E poi, quale futuro?

Ci fu, più di vent’anni fa, un Milan-Sampdoria tribolato che finì con un gol di Ganz (o meglio, un autogol avversario) a recupero scaduto, e che si rivelò una spinta decisiva verso il sedicesimo scudetto. Anno 1998-99, e menzioniamo Zaccheroni, che ha compiuto 68 anni il 1° aprile, ed era il tecnico di quel miracolo sportivo. Nel sabato pasquale c’è stato un altro Milan-Sampdoria, piuttosto tribolato pure quello, ma per motivi diversi.

SAMPDORIA SHOW

I blucerchiati di Ranieri sono entrati in campo con un piglio migliore, pur essendo a metà classifica e senza alcun obbiettivo. Quella zona di limbo scomoda e infelice, dove è vero che non hai l’ansia della salvezza ma non puoi nemmeno puntare all’Europa. Era l’occasione, seppur lo scudetto abbia già da tempo preso la via della sede interista, per metter fiato sul collo a Conte. In caso di vittoria i rossoneri sarebbero andati a -3, mettendo pressione all’Inter che giocava a Bologna, seppur i nerazzurri abbiano anche una partita da recuperare.

E invece nulla: dolgono le fasce, da dove i sampdoriani hanno fatto piovere traversoni e creato occasioni (due miracoli di Donnarumma) mettendo alle corde i rossoneri, con Saelamaekers sistemato a destra con conseguente bocciatura di Dalot. Se nei primi venti minuti la Sampdoria fosse stata sopra 2-0, in pochi avrebbero avuto da obbiettare. Il Milan se l’è cavicchiata, ma restando brutto, passivo e quasi non superando la metà campo. Poi, il cartellino rosso, che spesso è una variabile che cambia la contesa, ha colpito: fuori Adrien Silva, subito dopo che Quagliarella aveva colpito.

MILAN – CARTELLINO ROSSO A THEO

E qui, dobbiamo fermarci: Theo Hernandez, valutato in settimana 50 milioni da qualche quotidiano, non è nuovo a leggerezze di quel tipo. Banali, da testa tra le nuvole, in nome di quella passività con la quale il Milan ha affrontato la gara. A Bologna, partendo palla al piede, aveva fatto scaturire il gol dell’1-2 di Tomyasu, e quando i ritmi si sono alzati in molte partite (Lilla, Atalanta, derby, solo tre esempi) il nostro ha svarionato.

Ora, sicuri che il francese di Marsiglia, fuori dal giro della nazionale di Deschamps, non debba imparare a stare più sul pezzo? Non gonfiamo i valori e osserviamo bene l’apporto del giocatore, senz’altro positivo (12 gol in 36 partite in rossonero) anche per aver riportato alla luce quella spinta sulla fascia che forse ai rossoneri, in modo così dirompente, mancava dai tempi di Cafu e Serginho. Ma che ha bisogno di maggior disciplina e più applicazione, per non dilapidare le belle parole a lui riservate.

L’espulsione, dicevamo: il pareggio è arrivato con la Sampdoria in dieci e trincerata nella sua metà campo. Un assist decisivo. C’è voluto il redivivo Hauge per riacciuffare una partita che il Milan ha affrontato male: sbagliato l’approccio, mancata la personalità, come se quel derby del 21 febbraio avesse tagliato le gambe a tutti. L’atteggiamento mentale, che spesso fa più delle gambe, non c’è stato come in passato: e allora c’è proprio la sensazione che quel 3-0 buscato dall’Inter un mese e mezzo fa sia stata la resa.

Pioli, con la solita lucidità di analisi, non ha usato mezze parole: chi meritava di vincere, nel sabato pasquale, non era il Milan. In casa, 23 punti totali, contro i 37 in trasferta. In un anno in cui il fattore campo conta e non conta, i numeri però sono chiari. Nelle prime dieci partite solo 17 punti, il che significa sesto posto nella classifica di questo spezzone di campionato.

MILAN – DONNARUMMA, UN FILM GIA’ VISTO

La classifica reale dice invece secondo posto: la frenata della Juventus col Torino, ha concesso un respiro, di breve durata però. C’è comunque il calendario, che viene in soccorso ai rossoneri: Parma, Genoa e Sassuolo, mentre tutte le altre si incroceranno spesso, nelle prossime tre partite. Roma-Atalanta, Atalanta-Juventus, Napoli-Inter e Napoli-Lazio. Nove punti, contro tre avversari abbordabili, per fare lo scatto decisivo e tornare nell’Europa che conta a 7 anni di distanza da quell’Atletico Madrid-Milan 4-1 del marzo 2014, ritorno degli ottavi di finale con Seedorf allenatore dei rossoneri. E, a proposito, cosa accadrà a Europa conquistata? Se Calhanoglu resta in bilico, e in caso di mancato rinnovo il Milan perderebbe un pezzo certamente importante, ancor più negativa sarebbe la partenza di Donnarumma.

Quattro estati fa l’ennesima gazzarra da social, quando in un primo momento il portiere annunciò di non rinnovare coi rossoneri: “mercenario, non vuoi rinnovare, non ci meriti”. Altri davano colpa a Raiola, che fomentava un 18enne inerme. Altri invece, chiedevano a Donnarumma di considerare semplicemente la maglia che indossava: San Siro si tappezzava di striscioni del tipo “Chi ha il Milan nel cuore non chiama il procuratore”. Che accadrà stavolta? E quante squadre in Europa hanno realmente bisogno di un portiere a tal punto da pensare che Donnarumma se ne vada? Tifosi sempre appesi al giocatore, in un calcio dove si sa da anni che i giocatori vanno e vengono. Donnarumma può scegliere il cuore, ma ha 22 anni e un radioso futuro davanti oltre a una conclamata consacrazione; la quale, ormai, gli ha staccato l’etichetta di “talento”.

MILAN, NON SI VIVE DI SOLO IBRA

La grana portiere non esclude quella attaccante. Ibrahimovic, lustrato, spolverato, ripescato, è stato il solito Ibrahimovic di sempre. I numeri, anche per lui, parlano chiaro. Ma il Milan, si è mai domandato quale futuro ci sarà oltre Ibrahimovic? Il calcio come il basket: i “vecchi” (Datome, Scola o Belinelli nella pallacanestro, Ribery, Ibra, Quagliarella, Chiellini e tanti altri, nel pallone) fanno ancora la differenza. Ma è inutile pensare che la facciano in eterno.

E con circa 195 milioni di rosso in bilancio, la qualificazione in Champions League diventa imprescindibile ed è pur vero che se il Covid segnerà il mercato, le spese folli siamo convinti resteranno. Haaland, Mbappé e compagnia cantante, potranno mai essere a prezzo di sconto? No. Non sono gli obbiettivi del Milan, ma utilizziamo l’esempio per far comprendere che dopo Ibra, la casella dell’attaccante da 15 o 20 gol a campionato, dovrà essere per forza riempita. E serve spendere. Verbo che in Italia (3 miliardi di ricavi e 4 miliardi di debiti; perdita aggregata di 754 milioni in serie A nel 2020) accende subito una spia rossa. Ma prima serve un Milan vecchia maniera per questo finale di stagione, soprattutto nell’atteggiamento. Il resto, si vedrà. Pecunia permettendo.

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