Lionel Messi tra passato, presente e futuro. Dal barrio di Grandoli al Barcellona…

Lionel Messi tra passato, presente e futuro. Dal barrio di Grandoli al Barcellona…

“Ben poco ama colui che ancora può esprimere, a parole, quanto ami”

24 giugno 1497: all’alba di una delle estati più importanti per la storia dell’umanità, Amerigo Vespucci raggiunge per la prima volta quel “Mundus Novus” al quale la tradizione, riconoscendone il diritto di scoperta, attribuirà il suo nome: l’America. Nel corso della sua terza spedizione in quelle terre lontane e sconosciute, il navigatore fiorentino si spinge verso il Río de la Plata e la Patagonia; diventò il primo europeo ad esplorare quella terra che, tanti anni dopo, sarebbe diventata meta prediletta di molti emigranti italiani: l’Argentina.

Esattamente 490 anni dopo, il 24 giugno 1987, proprio da una famiglia di chiare origini italiane, in Argentina viene alla luce un bimbo che avrebbe cambiato per sempre la storia del calcio contemporaneo.

Siamo a Rosario, provincia di Santa Fe, terra culturalmente devota al football. “Rosario es puro football, Rosario es diferente”; Rosario è una delle patrie del calcio in cui puoi scegliere tra due sole e uniche realtà; o tifi Rosario Central, o tifi Newell’s Old Boys. Perché a Rosario si respira calcio in ogni angolo, in ogni barrio, specialmente in quello di Grandoli; all’interno del quale vi è un campetto piccolo e polveroso, che accoglie, a quasi 6 anni, il protagonista di questa storia.

Non è assolutamente facile scrivere di colui che, a detta di molti, è il miglior giocatore di sempre. È un rischio che però va corso, se si ama il calcio e si ama narrarlo, perché quel bambino nato il 24 giugno 1987, lo avrete già capito tutti, è sua maestà, Lionel Messi, la Pulga.

PICCOLO LEO


“Maestra può darci un’altra palla perché con questa non riusciamo a giocare?” Già, perché Leo, sin dall’asilo, stava sempre in cortile con la palla al piede, senza passarla mai; senza avere altra cosa che lo tenesse concentrato e motivato come quel semplice oggetto sferico.

“Se a ricreazione non c’era il pallone, Leo giocava con una bottiglietta di plastica o un sacchetto riempito con carta”. Messi non è molto bravo a scuola, non vuole studiare, solo giocare e giocare con la palla; è un’ossessione che neanche il diluvio, l’esondazione delle fogne e l’allagamento del barrio di Grandoli possono contrastare o arrestare. È la nonna la prima ad accorgersi della specialità del nipotino; la prima a portarlo al campetto di Grandoli e a concretizzare la passione del piccolo Leo. E anche ora che è un uomo, quando entra in campo e quando segna un gol, Leo ringrazia sempre la nonna, mandando un bacio al cielo e alzando gli indici, come per dirle: “Sì, nonna, alla fine sono diventato davvero il migliore”.

Al Grandoli però emergono i primi dubbi sulla sua fragilità fisica; noncurante di tali insinuazioni, ogni partita Lionel Messi prende la palla, dribbla tutti e segna, in un modo così irrisorio e devastante che la debolezza fisica pare più una scusa per evitare la brutta figura nel subire un suo tunnel. Troppo forte per il campetto del quartiere; Messi, a 9 anni, viene tesserato dal Newell’s Old Boys, e a fine anno vince il suo primo torneo entrando a 20 minuti dalla fine e segnando tre reti, ribaltando così il doppio svantaggio. Cosa si vince? Delle semplici biciclette. E Messi per tutta la sua vita giocherà sempre come se in palio ci fossero quelle stesse biciclette e come se la nonna lo stesse guardando dagli spalti.

Senza Leo, la terribile classe ‘87 del Newell’s vince 2-1, 1-0, 3-2; con lui, 7-0. I compagni riconoscono in Lionel Messi un leader naturale, silenzioso e timido, per il quale sentono di dover essere funzionali all’espressione del suo genio. Una sorta di rispetto automatico nei confronti della stella della squadra; un aspetto, questo, che caratterizzerà tutta la carriera calcistica di Lionel Messi, soprattutto quando al suo fianco ci saranno Busquets, Xavi e Iniesta.

Messi continua a incantare e stupire per la sua giovane età, ma la sua piccolezza fisica convince i genitori a portarlo da un endocrinologo; il quale gli diagnostica una carenza dell’ormone della crescita e gli prescrive un trattamento lungo e soprattutto molto costoso. Una cura che né la famiglia né il Newell’s possono permettersi di sostenere. Si fa avanti il River, nel frattempo interessatosi all’enfant prodige; con la garanzia di coprire la metà delle spese, la stessa offerta dell’assistenza sanitaria, che, in un paese in crisi politico-economica, non può farsi carico dell’intera terapia. Leo, intanto, si fa le iniezioni da solo, a 9 anni.

Arriva, inevitabilmente, la prima sliding door della carriera di Lionel Messi: il padre Jorge prende la decisione di trasferire la famiglia a Barcellona, fiducioso che le potenzialità del figlioletto gli sarebbero valse la chiamata di un club disposto ad accollarsi la spesa per terapia; il più classico dei “o la va o la spacca”. “Leo è un piccolo fenomeno, deve esplodere”.
Che Guevara partì da Rosario per fare la sua rivoluzione. Lionel Messi parte dalla stessa città per andare in Europa a rivoluzionare il gioco del calcio.

LIONEL MESSI E IL BARCELLONA


I primi mesi, tuttavia, non lasciano ben sperare: il piccolo Leo, che ovviamente lascia tutti a bocca aperta, non ha però ancora un cartellino; lo staff delle giovanili continua a far pressione sulla società affinché decida di farsi carico della spesa totale del trattamento, perché “Lionel Messi è il migliore mai visto”.

Viene così scomodato il direttore sportivo, Carles Rexach, al quale bastano pochi minuti di partitella per capire che quel sinistro, quel controllo palla, quella velocità, quel baricentro basso, finora, si erano visti soltanto in un altro fantasista argentino; e tutti sappiamo chi. Il dirigente, per non commettere lo stesso errore di Preziosi, fa subito firmare a Leo il famoso abbozzo di contratto su tovagliolo di carta. Eh già, perché, solo poco tempo prima, Lionel Messi era stato scartato dal Como di Preziosi sempre per via della sua gracilità. Invece all’esordio col Barça segna quattro reti. Qualche rimpianto?

La trafila nelle giovanili procede a gonfie vele; Messi canta e incanta, crea e dipinge calcio, si vede lontano un miglio che è pronto per il salto di qualità. È quanto sostiene l’allenatore del Barcellona B, Pere Gratacós, che, quando Frank Rijkaard gli chiede di prestargli qualche giovane di belle speranze per visionarlo, gli presenta immediatamente Lionel Messi.

Impressionato dalle enormi qualità del ragazzo, l’allenatore olandese lo fa esordire in prima squadra nel derby con l’Espanyol; in seguito, curiosamente, ad una grande insistenza da parte degli stessi giocatori, da subito incantati dal talento del giovane rosariano. Uno, in particolare, lo pone sotto la sua ala protettiva, facendogli quasi da padre sportivo: Ronaldinho, il 10, il leader. Dinho lo fa sedere vicino a lui, gli dà i consigli giusti per crescere senza accelerare i tempi col rischio di bruciarsi; perché capisce che con Messi può parlare la stessa lingua, quella del calcio.

E il primo gol di Messi col Barcellona come può arrivare? Lob in profondità di Dinho e cucchiaio di Leo al portiere in uscita, quasi una sorta di passaggio di testimone tra Dinho, sinceramente commosso, e Messi, nuovo idolo del Camp Nou, che dichiara: “Non capivo cosa stava succedendo, la felicità era troppa”.

LIONEL MESSI E GUARDIOLA


Il momento chiave, la svolta della carriera di Messi coincide con l’arrivo in panchina di Pep Guardiola, coordinatore del Barcellona forse più forte degli ultimi anni; che può vantare un attacco composto da Ronaldinho, Henry, Eto’o e naturalmente Leo. L’allenatore spagnolo, niente meno che in un Clàsico, ha un’intuizione geniale: spostare sulla destra l’instancabile Eto’o e lasciare la Pulga al centro dell’attacco, libera di inventare e svariare, assistere e finalizzare. È la svolta: da ala destra preposta alla creazione della superiorità numerica puntando il diretto avversario, Messi diventa il catalizzatore della squadra, il playmaker avanzato che i compagni devono mettere nelle migliori condizioni possibili per sprigionare il suo sconfinato genio calcistico. Come la classe ‘87 del Newell’s, così il Barcellona di Guardiola pone Messi come fulcro centrale del proprio schema offensivo; e i risultati non tardano ad arrivare.

A cavallo tra il 2008 e il 2013 la squadra catalana conquista decine di trofei, che hanno, come miglior attore protagonista, il nuovo numero 10, Leo, intanto nominato da Dinho suo erede diretto e meritevole. Henry ed Eto’o prima, Pedro, Bojan e Villa poi, tutti i suoi compagni d’attacco sanno che, quando il 10 riceve palla sulla trequarti avversaria, devono muoversi per dargli lo spazio e il tempo di creare. “Messi deve avere prospettiva”.

Ma, come ogni grande artista che si rispetti, il rosariano ha bisogno di ispirazione, di qualcuno con cui parlare la stessa lingua; qualcuno sintonizzato sulla sua stessa frequenza. Ecco perché, se i suoi partners offensivi hanno il compito di liberargli il campo, un ruolo altrettanto fondamentale nell’ascesa di Messi a divinità del calcio contemporaneo lo svolgono Busquets, Xavi e Iniesta; i tre “fratelli” del centrocampo, cresciuti nella Masia blaugrana.

Tre professori intelligenti del calcio, che, nella fitta rete del Tiki-Taka guardioliano, sono così coordinati da sapere a occhi chiusi quando è il momento perfetto per rompere il gioco e attivare l’esplosività de la Pulga. Nel corso di questi anni, si susseguiranno diversi giocatori, diversi allenatori, e tutti saranno magistrali interpreti di un’orchestra mozzafiato. Ma il direttore resterà sempre e solo il 10.

LIONEL MESSI OGGI


Dall’esordio ufficiale nel 2004 ad oggi, le presenze totali con la camiseta catalana sono 708, le reti 620, gli assist 253; sì, sono numeri reali, non è fantacalcio. Statistiche da extraterrestre, a cui vanno aggiunti i titoli vinti: 10 campionati, 6 Copa del Rey, 8 supercoppe spagnole, 4 Champions League, 3 supercoppe europee, 3 mondiali per club. 34 titoli, che fanno di Messi il calciatore più decorato di sempre della storia del Barça, di cui è anche il miglior marcatore di sempre; così come lo è anche del campionato spagnolo.

A proposito, Leo ne è stato Pichichi per lo stesso numero di volte in cui è stato miglior marcatore della Champions (6), ha vinto 6 Scarpe d’oro; ha il record di reti nella storia del Clàsico (26), il record mondiale di maggior numero di gol segnati in una stagione (73!) e tanti altri primati… È infatti impossibile enumerare tutti i record di Messi con la maglia del Barcellona; non si finirebbe più.

Ne cito l’ultimo, che forse, a livello individuale, è il più onorevole: Messi è l’unico nella storia del calcio ad aver vinto 6 Palloni d’oro; l’indiretto riconoscimento di miglior giocatore esistente. Il culmine di un processo di crescita mai arrestatosi. Nel corso della sua carriera, Messi, già nato con un talento unico, si è infatti migliorato molto tecnicamente e tatticamente; mutuando, oltre la posizione in campo, anche il proprio modo di concepire il gioco del calcio.

Una delle migliori definizioni dell’ultimo Messi è di un suo ex allenatore, Ernesto Valverde: “I primi minuti della partita Leo li dedica all’analisi; durante questo tempo, ignora la palla e gira intorno alla difesa avversaria, fissando la posizione di ogni uomo nella sua testa. Poi, man mano che il gioco avanza, si inserisce poco alla volta, quando ha perfettamente capito dove si trova la debolezza degli avversari”. Da giovane dribblatore funambolo a centro-boa, intelligente e letale, dell’attacco: una metamorfosi totale.

Tecnica, velocità, potenza atletica, istinto, astuzia. Se pensi che faccia due tocchi, lui ne fa uno, tanto basta per saltarti. Se pensi che, intervenendo, riesci a fermarlo, lui, semplicemente, ti manda a vuoto, nasconde il pallone; e quando ti accorgi di quanto è successo, è già in porta. Ha sempre avuto tempi di gioco diversi dal normale; è imprevedibile, praticamente in campo onnipotente. Un artista, un mago del calcio che possiamo solo ammirare e ringraziare.

Ci sarebbero tantissime altre cose da raccontare su Leo: la rivalità puramente mediatica e costruttiva con Ronaldo; le esperienze con l’Argentina e la sua tanto decantata poco incisività con l’Albiceleste; il confronto con l’amico Maradona. Ma ci sarà tempo, quando Messi purtroppo appenderà le scarpette al chiodo, di raccontare a figli e nipoti la sua storia, la sua vita; il suo modo di cambiare per sempre il gioco del calcio. Sì, perché gli anni passano anche per lui. Maledetto tempo…

Ma, in fondo, forse va bene così. Leo ci ha già regalato tanto, è stato e sarà ancora un’autentica gioia per gli occhi; e quando deciderà di smettere, dagli stessi occhi che si illuminavano dinanzi alla sua ennesima magia, sgorgheranno lacrime di tristezza e commozione; con la consapevolezza di aver potuto ammirare un genio sublime e meraviglioso, unico e irripetibile.

Un diamante che, nonostante sia asceso nell’Olimpo degli dei, è un campione di umiltà.

Perché alla fine in palio ci sono ancora le biciclette, no?

Grazie Leo.

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