ESCLUSIVA EC – Liga Portugal: Al CD Tondela, si parla anche un pò italiano

Ieri (20-4-2022 ndr) è andata in scena la gara di ritorno valida per l’accesso alla finale della Coppa del Portogallo tra il CD Mafra e il CD Tondela. Il match è finito 1-1, ma a proseguire la camminata verso lo Stadio do Jamor è stato il Tondela, che all’andata aveva vinto con un secco 3-0. Oggi, si giocherà l’altra semifinale tra Porto e Sporting CP, che deciderà chi sarà l’altra finalista della competizione. 

Quella di ieri è stata una giornata storica per il club gialloverde, essendo arrivato per la prima volta nella sua storia in una finale di prestigio. Se poi consideriamo che la squadra lusitana milita da sole sei stagioni nella massima lega, è sicuramente un grandissimo risultato.

Dal 2018, il CD Tondela parla anche un pò italiano, visto che a guidarne le redini strategiche, c’è l’italiano Nicola Ventra, Direttore Generale del club.

Noi di EuropaCalcio.it l’abbiamo intervistato qualche giorno fa, esplorando un pò il suo impatto con il calcio lusitano, e parlando anche della sua visione sullo stato attuale del calcio italiano.

Direttore, lei ha lavorato in Inghilterra con Baldini e Capello alla Football Association, poi è passato al Fulham, e ha militato in altre imprese di sport management. È arrivato poi al Tondela. Com’è stato l’impatto con questa realtà, e quali le principali differenze che ha riscontrato tra Inghilterra e Portogallo?

La principale differenza è senza dubbio la visione stategica nel modo di lavorare. Gli inglesi lavorano sempre con una prospettiva a medio e lungo raggio. È tutto pensato e pianificato nei minimi dettagli, ogni fase del lavoro si basa molto sui dati, senza lasciare spazio all’interpretazione. Qui in Portogallo invece, un pò come tutte le realtà latine, non si va molto dietro alla pianificazione, si vive più sul breve periodo, cercando di aggiustare le cose in corso d’opera. Sicuramente la soluzione migliore sarebbe un mix delle due visioni. Gli inglesi se trovano un ostacolo lungo il percorso si bloccano e non sanno come andare avanti, noi latini invece, siamo più creativi e pratici, e riusciamo così a risolvere una situazione non prevista.

 

Quando è arrivato al CD Tondela, ha trovato terreno fertile per le sue idee e per il suo approccio gestionale, o ha sentito una certa “resistenza culturale”?

Sono stato molto fortunato, perchè ho trovato un clima fantastico e ampia fiducia da parte del Presidente, David Belenguer. La sua Holding, Hope Group, era già proprietaria del Granada, del Parma, e di altri due club in Cina. Parliamo dunque di professionisti del settore, che sono andati alla ricerca di un altro professionista, e hanno scelto me, dandomi fiducia. Mi sono ritrovato in un contesto dove mi è stata data l’opportunità di poter crescere e lavorare con serenità. Fiducia e professionalità sono state le chiavi che hanno fatto la differenza. 

 

Il Tondela è una squadra giovane, e uno dei vostri obiettivi è far crescere e puntare sul vivaio. Ogni anno si tenta di far salire in prima squadre per lo meno 2/3 giocatori. Cosa tentate di trasmettere a questi giovani atleti?

Il nostro obiettivo è quello di avere in prima squadra sempre 2 o 3 giovani, e questo ci consente di gestire un budget che io definirei sostenibile, che serve a far quadrare i conti. Noi investiamo nella formazione di giovani talenti, tendando di trasmettergli la nostra cultura e valori. Gli diamo spazio e maniera per mettersi in mostra. Per quanto si possano investire molti soldi nella prima squadra, è sempre dal vivaio che attingi risorse. Quest’anno tra l’altro, abbiamo avuto la soddisfazione di veder convocato nella nazionale portoghese under 21 un nostro giocatore, Tiago Almeida, classe 2001, che già fa parte della squadra principale da un paio di anni. Per noi questo significa che stiamo lavorando nel modo giusto.

 

Il campionato italiano è ancora considerato una lega importante e di prestigio, ma guardando alla Premiere League o alla Liga Spagnola, predominanti a livello europeo, si nota che il calcio italiano sta soffrendo un declino. Dal suo punto di vista, crede che ci sia stata una scorretta gestione del movimento calcistico italiano?

Sicuramente le cause di un problema sono sempre molteplici. Dal mio punto di vista in Italia manca la capacità di lavorare in un ecosistema che coinvolga più attori, come per esempio il Governo. Le istituzioni dovrebbero capire che l’industria sportiva vale il 3% del PIL, ed il calcio incide con una grande fetta, influenzando moltissimo anche la società. L’obiettivo di tutti dovrebbe essere quello di incrementare anno dopo anno questa crescita ed impatto. Per questo, bisognerebbe creare un dialogo fra i tre attori principali: Governo, FIGC e la Lega Serie A.

Negli anni ’90 il campionato italiano era uno dei migliori in assoluto, solo che poi nel tempo si è lavorato senza una programmazione strategica. La Premiere League in questo è un ottimo esempio di come attorno al calcio sia stato costruito un autentico spettacolo mediatico. Al centro c’è il tifoso, e si pensa nel dettaglio a che tipo di esperienza gli si possa offrire. Questo in Italia non avviene, le società sono ripiegate su sè stesse invece di guardare al tifoso.

Sono anni, inoltre, che in Italia non si organizzano grandi eventi calcistici, e questo anche incide sull’immagine del nostro calcio. Se il Governo investisse in infrastrutture più moderne, nella partecipazione in grandi eventi calcistici, tutto il movimento ne gioverebbe. Il calcio è un business, non esiste solo la parte sportiva, bisogna investire su chi veramente lo alimenta, cioè il tifoso, le famiglie che vanno allo stadio. Se manca una visione strategica, chiaramente non c’è crescita.

 

Foto: CD Tondela (Twitter)/2Play

 

 

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