La Juventus e il garantismo “all’italiana”, che non vuol dire altro che “conforme alla mentalità o alle abitudini degli italiani”. Un vanto per l’enogastronomia, un orgoglio per l’abbigliamento, una vergogna per il calcio. Sì, perchè il calcio “all’italiana” non fa altro che sprofondare: quando c’è la convinzione o la certezza che peggio non si possa fare (cfr. “Calciopoli”), ecco che viene fuori un nuovo sistema sul quale gli inquirenti continuano ad indagare, un abominio che mette a disposizione tutti gli strumenti necessari per scavare il fondo oltre il quale c’è ancora una volta la vergogna del sistema, messo stavolta in piedi dal 2006 in avanti.

Insomma, siamo onesti: non c’è bisogno di un giudice per interpretare le intercettazioni dell’ormai ex dirigenza della Juventus. Per fortuna, le persone sono ancora dotate di cervello e di capacità critica. Farsi un’idea ed esprimerla – con educazione e rispetto – attraverso i social non vuol dire diffamare o affrettare le conclusioni. E’ un’idea, si esprime, punto.

D’altro canto, c’è chi condanna la sacrosanta libertà di espressione tentando di spacciarla per garantismo. Un garantismo all’italiana, ovviamente, dove si protegge il proprio orto o la propria appartenenza di colore, se riguarda i tifosi, o peggio editoriale, se si riferisce ai giornalisti.

Nessun garantismo quando nel 2020 l’Asl di Napoli bloccò la partenza degli azzurri per affrontare proprio la Juventus a Torino. In quel contesto furono letteralmente vomitate le peggiori illazioni, furono avanzate ipotesi di connivenza tra l’Azienda Sanitaria Locale e De Laurentiis. I garantisti di oggi avevano, nel 2020, i forconi in mano e le torce accese. Giustizialisti da due soldi. Grave, gravissimo fu soprattutto il comportamento della stampa che puntò il dito invece di aspettare, come richiede a gran voce oggi, “la sentenza di un giudice”. Per la cronaca, l’ultimo grado di giudizio diede ragione proprio al Napoli.

Garantismo all’italiana, di quartiere, di appartenenza: difendere e negare, anche se ci sono intercettazioni che espongono alla luce del sole comportamenti quantomeno censurabili da parte dei piani alti della Juventus. Dare dello “sbirro” a Mattia De Sciglio da parte della stessa tifoseria juventina è la cartina di tornasole del disagio (da approfondire dal punto vista sociologico) che stanno vivendo coloro che hanno sostenuto questo castello di carta, costruito su fondamenta di sabbie mobili. Solo un reo confesso può dare a De Sciglio dello “sbirro”. O peggio dell’infame o del traditore, tra l’altro utilizzando un linguaggio che appartiene a certi ambienti non proprio nobili.

Il calcio italiano sta per vivere, ancora una volta, un terremoto. Saranno i magistrati, i processi ed i giudici a far conoscere l’intensità della scala Richter (o della “scala Juve”, in questo caso). Un sistema che consente la nomina di un procuratore Aia in arresto con accuse di narcotraffico, dove emergono “comportamenti disciplinarmente rilevanti” del presidente dell’Associazione Italiana Arbitri, non è un sistema credibile.

Signor Giudice, a Lei le sentenze di condanna o di assoluzione per questa nuova mortificante inchiesta. Nel mentre, ci consenta di gettare via la maschera dell’ipocrisia e di prendere le distanze da quanto emerge sul mondo contabile della Juventus. Il garantismo all’italiana, talvolta, rischia di confondersi con l’omertà.

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