Durante il programma “Taca La Marca”, in onda su Radio Musica Television, è intervenuto Juan Carlos Tabarelli, detto “El Profe”, ex preparatore atletico del Paraguay ai Mondiali del 2002 e del 2006. Juan Carlos Tabarelli si è soffermato sulla ripresa dello calcio e su tanto altro.

Ecco quanto emerso.

Sulla situazione calcistica in Paraguay: “Adesso è tutto fermo. Al momento, la nostra Nazionale non vanta calciatori di livello internazionale come quelli del Paraguay a cavallo tra il ’98 e il ’06; quel gruppo sentiva la maglia del proprio paese cucita addosso”.

Sulla ripartenza e la condizione fisica dei calciatori: “Quando è cominciata l’emergenza Coronavirus, ovviamente nessuno era in grado di predire le date di un’eventuale ripartenza e il preparatore atletico è svantaggiato sotto questo punto di vista. In questo momento il ruolo chiave lo assume il capitano della squadra che deve tenere alta la concentrazione di tutta la squadra. Qui in Paraguay molti giocatori vivono in appartamenti e non è la stessa cosa di chi invece può usufruire di un giardino per potersi allenare. Bisogna lavorare sulla resistenza perché in quarantena si mangia di più ed è un fattore negativo per gli atleti; inoltre, manca il ritmo partita ed il tocco col pallone”.

Sulla ripresa e le differenze tra Sudamerica ed Europa: “Sono due realtà differenti; il servizio sanitario è completamente diverso. Quando in Italia arriverà l’estate, in Sudamerica comincerà il freddo e non sarà un periodo favorevole per sconfiggere il Covid-19. Anche l’educazione civica è un fattore che gioca a sfavore: qui due calciatori sono in galera perché non hanno rispettato il lockdown. Chilavert è d’accordo con me, al momento non ci sono le condizioni per riprendere il campionato in Paraguay”.

Sul Paraguay del 2002 guidato da Cesare Maldini: “L’influenza italiana non è stata predominante, Maldini aveva bisogno di più tempo per poter conoscere ulteriormente la cultura paraguayana; forse questo è stato il problema principale che non gli ha permesso di adattarsi al nostro calcio. Quei calciatori erano insieme da otto anni, mentre Cesare Maldini era arrivato sulla panchina della Nazionale solo sei mesi prima del Mondiale, in quanto il suo predecessore aveva lasciato dopo aver conquistato la qualificazione a Corea e Giappone 2002”.

Sulle minacce di morte a Chilavert: “Ci sentiamo tutti i giorni. Josè è una persona molto forte proprio come lo era in campo, ha tanti amici che lo appoggiano ed è molto tranquillo”.

Sul Mondiale 2002: “Avevo un buon rapporto con Cesare Maldini, ho imparato molto da lui, era un gentlemen del calcio. Credo che Maldini non sia riuscito ad entrare a fondo nella nostra mentalità calcistica. Il Paraguay aveva solo due attaccanti all’altezza come Roque Santa Cruz e Cardozo, il reparto più forte era sicuramente la difesa; in questo eravamo molto simili all’Italia. Nel 2002 c’era un gruppo forte formato da 14 calciatori fissi: in quelle prime partite del Mondiale avevamo sprecato troppe energie fisiche che poi abbiamo pagato agli ottavi contro la Germania. A quel tempo la migliore carta da giocare era Nelson Cuevas ma non piaceva tanto a Maldini, infatti non ha mai giocato da titolare; sono accadute cose che purtroppo non posso dire perché devono restare nello spogliatoio, ma la cosa migliore, molto probabilmente, era giocare con Cuevas dal primo minuto”.

Su Lautaro Martinez: “Mi piace molto, forse adesso va via dall’Inter per vestire la maglia del Barcellona. Il sistema di gioco è sicuramente diverso – spiega Juan Carlos Tabarelli – Coutinho all’epoca ha sofferto l’adattamento al calcio spagnolo. Se dovesse passare in blaugrana, spero che Lautaro possegga la mentalità giusta per adattarsi ad un calcio differente da quello italiano”.

Su Miguel Almiron: “Se Roque Santa Cruz avesse giocato in Spagna piuttosto che in Germania, avrebbe avuto una carriera sicuramente diversa. Lo stesso discorso vale per Almiron: deve lasciare la Premier League perché non è un campionato adatto alle sue caratteristiche. Il calcio italiano e quello spagnolo potrebbero aiutare Miguel Almiron nella sua crescita calcistica”.

Sul rapporto con Roque Santa Cruz: “Lo conosco sin da piccolo. E’ approdato al Bayern a 17 anni dopo i primi anni da professionista trascorsi all’Olimpia e in Germania si è formato come calciatore. In Sudamerica purtroppo non riusciamo ad aspettare e a far maturare i nostri calciatori: i club li cedono prematuramente per fare cassa. Un altro esempio è Simeone, che all’Atletico Madrid non era lo stesso che giocava con la maglia dell’Argentina, ha dovuto lavorare duramente per tre anni prima di poter trovare la sua dimensione migliore”.

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