Il lungo inverno degli stadi deserti. L’annullamento di un rito popolare

Se ci alziamo dal divano ormai vediamo impressa la nostra sagoma. Il tempo corre verso il primo anno di pandemia, e in fondo è passato in fretta; probabilmente perché abbiamo avuto la testa talmente occupata e tartassata da questo evento epocale, che manco ci siamo accorti che un anno è finito.

Il 2021 però non sarà poi tanto diverso, con l’eccezione che non ci toccherà, speriamo, un lockdown totale come nel marzo scorso. Su quel divano abbiamo visto serie tv, film e… partite, come se non ci fosse un domani. E osservato stadi deserti dalla torre di controllo di casa nostra.

Il rigido inverno che stiamo attraversando non è solo quello atmosferico, con temperature sotto lo zero. Ma anche quello che ci regala il pallone: stadi vuoti, spettacolo quasi assente, supplementari in Coppa Italia che già è una depressione di suo (non che gli impianti in questa manifestazione traboccassero di gente prima…) e in più bisogna anche andare anche ad oltranza in caso di parità.

La pandemia sta trasformando il tifoso e il modo di seguire il calcio. Per la verità, gli spettatori si erano già belli che allontanati da tempo dagli impianti, con l’eccezione di Milan e Inter.

Le duellanti di questo torneo così in bilico come non capitava almeno dalla stagione 2011-12, San Siro lo riempivano più degli anni precedenti, poco prima della pandemia. Ma ora non ci resta proprio più nulla: osservatori sempre più passivi di eventi dove gli unici rumori sono gli schiamazzi in campo, per la gioia delle tv.

STADI DESERTI: DAL POPOLARE AL DIGITALE

Europa Calcio ha seguito Spezia-Lazio, circa un paio di mesi fa, dalla tribuna stampa del Manuzzi. E chi scrive, continua ad andare in tribuna stampa in stadi deserti, venendo visto come un Cristoforo Colombo dell’era moderna. Si può toccare con mano l’inconsistenza dell’evento.

L’emozione della gara manca della sua dolce metà, il pubblico. Piero Vietti sul “Foglio sportivo” del 17 ottobre scorso, titola: “Non siamo più tifosi ma fruitori di un servizio”. Mentre Giovanni Francesio prosegue poco sotto: “Il virus sta finendo il lavoro iniziato dalle tv. Il rapporto tra sport e masse si è interrotto. Non c’è niente che rappresenti meglio la fine del Novecento come i nostri stadi vuoti degli ultimi mesi, relitti di un mondo finito, cattedrali di un altro tempo. Lo sport in questi ultimi mesi ha concluso il suo trapasso da mito popolare a intrattenimento individuale e digitale. Una solitudine collettiva che sembra essere sempre più la cifra del nostro tempo nuovo”. 

Ben poco da aggiungere. Solo una cosa: chissà quando e come le masse torneranno negli stadi. Chissà come sarà il “dopo”, quello vero, quello delle silenziosamente pronunciate ‘zone bianche’. Una chimera, per ora, dato come galoppa ancora il virus.

Ci sarà esigenza di grande entusiasmo nell’occupare gli impianti? Sfogo di una repressione forzata? E se anche fosse, quanto durerà? Solo una cosa per ora sappiamo: che questo non è calcio al 100%.

Paiono più tanti allenamenti fatti ogni tre giorni, solo con una divisa diversa e i numeri sulla schiena. La missione da compiere, una volta che sarà tutto finito, perché vogliamo credere che sarà così, dovrà essere quella di sentir finalmente ribollire questi stadi deserti, chiese laiche che non possono fare a meno dei loro fedeli.

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