EUROPEI E COMUNICAZIONE – Sgombro subito il campo da equivoci: sì, sono poco politically-correct. Apprezzo tutto ciò che è palesemente apprezzabile, ma spesso preferisco chiedermi se ci sono altre verità, se la massa che batte a ripetizione su un evento non si rende conto che magari possono fiorire altre versioni. Di questi tempi, dove pure si cerca di eliminare qualsiasi diversità, si rischia invece di passare per eretici se vengono sostenute argomentazioni diverse da ciò che la comunicazione di massa ci propina.

Mi addentro nel merito: Euro 2020, torneo finito benissimo per l’Italia, che era già partita col vento in poppa come mai era accaduto prima. Nel 1982 gli azzurri si calarono in un silenzio stampa che li portò a vincere il Mondiale a Madrid, nel 1994 persero col Pontedera prima del Mondiale americano e nel 2006 a detta di molti manco dovevano partire per la Germania, dopo lo scandalo di “Calciopoli”. Stavolta invece, ottimismo grondante sin dalla vigilia. E già questa è apparsa una rivoluzione comunicativa. E’ stato un Europeo pieno di spunti comunicativi (qualcuno), dibattiti futili (tanti), polemiche inutili (troppe), e lieti fine, come la disavventura capitata a Eriksen. Mettendo insieme ciò che però ha “incendiato i social”, espressione che mi va di traverso ma che rende l’idea, viene fuori che forse di calcio si è parlato ben poco.

BOTTIGLIETTE E INGOCCHIAMENTI

Finita la premessa, vado nel dettaglio. Avevamo iniziato il torneo itinerante, e mai scelta fu più sfortunata vista la tempesta Covid abbattutasi sul torneo, con la questione bottigliette. Ronaldo che le sposta in conferenza stampa, alcuni colleghi che lo seguono e la Uefa che il 17 giugno deve ricordare alle Nazionali che “ci sono degli obblighi e dei regolamenti firmati dalle federazioni”, minacciando multe e provvedimenti disciplinari. Persino il presidente del Parma Krause, nel giorno della conferenza stampa di presentazione di Buffon in gialloblu, esordisce così: “Non so cosa devo fare con queste bottiglie… le bevo o le sposto? Per ora le sposto”. 

Robetta questa rispetto alla valanga “inginocchiamenti” che travolge subito dopo la manifestazione. Chi si inginocchia, chi no. Chi viene lodato perché lo fa, chi viene rimproverato perché resta in piedi. A Italia-Galles, ultima partita del girone, vanno giù solo in cinque, e allora il capo del PD Enrico Letta tuona: “Devono inginocchiarsi tutti”. Apriti cielo: parte la caciara politica; e ancora una volta il calcio viene estrapolato dal suo contesto perché possa essere utilizzato dagli onorevoli a proprio piacimento. Che fastidio quel “devono”, signor Letta.

Il quale il 26 giugno fa marcia indietro: “Il mio pensiero è noto, ma esiste la libertà”. Che qualcuno gli abbia fatto capire che era andato un po’ oltre? Ora, consentitemi: se io mi inginocchio sono accettabile in una comunità mentre se resto in piedi significa automaticamente che insulto qualsiasi ragazzo di colore mi capiti a tiro e vado in giro per l’aia a cantare “Faccetta nera”? No proprio. Anche Leclerc, pilota della Ferrari in Formula 1, fu più o meno messo in graticola lo scorso anno perché era rimasto in piedi sul traguardo di una delle gare del Mondiale prima del via.

EUROPEI E COMUNICAZIONE – E anche qua, insomma, di pallone manco l’ombra. Con lo stuolo di laureati da social network che non hanno mai visto una partita di pallone in vita loro, pronti a puntare ovviamente subito il dito con quei cattivoni dei calciatori miliardari, viziati e dal basso quoziente intellettivo che hanno dato uno spettacolo vergognoso restando in piedi.

SCIACALLAGGIO ED EROI

Il 12 giugno Danimarca-Finlandia viene bruscamente interrotta verso la fine del primo tempo, dopo che Eriksen sviene per un malore. E anche qua, via allo sciacallaggio. Il sito di un quotidiano sportivo è particolarmente scatenato: contai otto, e dico otto, notizie tutte inerenti alla questione, una sotto l’altra.

Di cui una mi colpì in particolare. Il titolo recitava: “La compagna di Eriksen: chi è e cosa fa”. Perché vuoi non addentrarti nelle cose futili che girano intorno a una possibile imminente tragedia? “Anticamera della morte”, “Ecco il medico che lo ha salvato”, sono solo alcuni degli strilloni che d’altronde non mancano mai quando c’è da spettacolarizzare un brutto avvenimento di questo tipo. E non sono mancati nemmeno stavolta, con buona pace dei permalosi.

Ma c’è anche un altro risvolto relativo a una vicenda che fortunatamente si è chiusa bene. Intendiamoci: diamo a Kjaer quello che è di Kjaer. Si è comportato da leader, da capitano, da uomo maturo. Dopo essere risorto come giocatore con una strepitosa annata in rossonero, ha disposto i suoi compagni intorno a Eriksen e consolato la compagna del giocatore dell’Inter disperata come non mai, mentre la vita della sua metà era appesa a un filo.

Tanto premesso, consentitemi però un appunto: c’era bisogno di superare il limite enfatizzando la consegna di un pallone d’oro “honoris causa”? E di ritirar fuori quella mitica parola, “eroe”, quanto mai inflazionata come “predestinato” (bella lotta, si andrebbe ai rigori anche qua)? Eroe non credo si ritenesse nemmeno lo stesso Kjaer. E come spiega la mia amica Ilaria Ciangola, addetta di Pronto Soccorso e appassionata di pallone, in questo articolo, ecco perché il difensore danese non è da considerarsi tale.

Siamo una civiltà tormentata, impaurita e incazzosa, e di “eroi” ne abbiamo bisogno a bizzeffe. Anche a sproposito. Eroe fu ritenuto pure il responsabile della Capitaneria di Porto di Livorno, Gregorio De Falco, quando nel 2012 intimò al comandante Schettino di ritornare sulla Costa Concordia che stava naufragando. Fece, secondo me, semplicemente il suo lavoro.

Nel calderone, metto anche Italia-Belgio. Vincono gli azzurri 2-1 e il giorno dopo, un noto direttore di un noto quotidiano sportivo, scrive: “Abbiamo mandato a casa Roberto Martinez, allenatore con la faccia da antipatico e con le sopracciglia strappate allo zio Bergomi”. Il malcapitato, e parliamo dell’allenatore dei belgi, non aveva però rilasciato alcuna dichiarazione polemica contro gli italiani o nulla aveva fatto per meritarsi questo schiaffone gratuito e un po’ desolante.

EUROPEI E COMUNICAZIONE – CACCIA ALL’INGLESE

Il sermone del sottoscritto è quasi giunto al termine, ma non si può concludere l’arringa tralasciando quanto accaduto intorno all’Inghilterra. La quale avrebbe vinto l’Europeo “fatto su misura”, perché avrebbe giocato 6 partite su 7 a Wembley; che è andata in finale perché Sterling si è tuffato; possiede dei tifosi cattivoni che hanno menato le mani; che “guidano a destra”, che “si vantano delle scogliere di Dover” (ho letto anche questo, ignorando cosa c’entri nell’economia di una opinione). Insomma, la retta via totalmente smarrita, citando Dante. Ora, 6 partite su 7 nel proprio stadio, sono sicuramente quantomeno sinistre; ma è la formula itinerante ad essere sbagliata, come ha convenuto anche Ceferin a fine torneo. Eppure, la finale è andata diversamente.

L’Inghilterra, dopo un primo tempo migliore, è addirittura lentamente scemata. E aveva faticato pure all’esordio con la Croazia, così come avrebbe meritato di perdere con la Scozia. E per la terza volta negli ultimi cinque Europei (dopo Portogallo 2004 e Francia 2016), chi ha giocato la finale davanti al proprio pubblico, ha perso. Perché resto convinto che giocare una finale in casa toglie la pressione soprattutto agli avversari, rispetto a chi li ospita. E una finale è sempre tale, ovunque si giochi.

L’Italia, a mio parere, ha vinto gli Europei col 100% dei meriti. Ma Italia-Inghilterra era la finale più giusta: non per il tuffo di Sterling (non stravedo per quel giocatore, ma se la Danimarca passa un’ora nella propria metà campo, doveva mettere in conto che qualcosa prima o poi sarebbe accaduto in un verso o nell’altro) ma perché è arrivata quarta a Russia 2018, e il percorso di Southgate ha portato quel concetto di squadra che era mancato negli anni di Gerrard, Lampard, Beckham, Scholes e mostri sacri vari.

Così come l’Italia: Mancini ha inanellato una striscia fantastica, superando Pozzo e facendo sempre giocar bene i suoi. Due finaliste figli di due progetti partiti da lontano, scevri da qualsiasi orpello arbitrale o chissà cos’altro. Eppure, nelle ore immediatamente successive alla finale, al netto dei fantastici sfottò in forma di meme apparsi sui social, è partita una vera e propria caccia all’inglese durata anche oltre ogni sopportazione.

Le medaglie tolte (già accaduto in varie manifestazioni con in mezzo anche squadre italiane, vedi la Roma nel 2013 quando perde la finale di Coppa Italia con la Lazio o Ronaldo che si sfila la medaglia d’onore dopo aver perso una Supercoppa Italiana) e l’inno fischiato sono due assurdi pretesti per ricamarci sopra quella filosofia da “tifo contro” ancor prima del gioire per la propria squadra. Germania-Argentina ai Mondiali del 1990, Italia-Francia dell’8 settembre 2007 a San Siro: solo due episodi in cui sono stati gli italiani a imitare gli inglesi. Perché il calcio, fatto salvo il rispetto dell’avversario, non è comunque sport di velluto, vivaddio; se vogliamo sorrisi e galanteria, c’è la parrocchia e non un campo verde con due porte.

Però quando ci si vuole avventurare in certi contesti, sarebbe opportuno farlo con cognizione di causa. Perché da inguaribili lamentoni, se l’Italia avesse perso c’era già pronta la valigetta con tutto l’occorrente: “era scritto”, “giocavano in casa”, “hanno rubato”, il tutto supportato già nei giorni precedenti dalle critiche per la designazione di Anthony Taylor per arbitrare Italia-Austria, vista da alcuni quotidiani come presagio di sventura. Ovviamente mai verificatasi. Dopo la vittoria con l’Inghilterra, qualcuno tira fuori pure la copertina de “L’Equipe”, storico quotidiano sportivo francese che per le prime pagine è una garanzia. “Invincibili”, annuncia elogiando l’Italia. “Ecco, altra sportività loro!”, scrive qualcuno. Peccato che ai transalpini, di qua dalle Alpi, solitamente gliene si dicano sempre di peste e corna ancor più che agli inglesi.

Insomma, non mentiamo a noi stessi. Lezioni di sportività non credo le possa dare nessuno; men che meno un paese che tra calcioscommesse, intercettazioni, conti dei club perennemente in rosso e una storia importante di violenza negli stadi, deve in primis contare le sue magagne. Ecco perché, consentitemi, secondo me il calcio italiano, che spesso non ne vuol sapere di accettare le sconfitte, stavolta non ha saputo nemmeno privilegiare una vittoria. Ci vediamo tra tre anni a Germania 2024, sperando che stavolta si parli più di pallone che di contorno. Ma, inutile dirlo, nutro già ben poche speranze.

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