[df-subtitle]Sembroni: “Tantissime differenze tra qui e l’Italia. Qui se vuoi lavorare, diventare qualcuno oppure se hai un sogno basta che ci credi e lo realizzi. Questa è la differenza più grande. Per realizzare una cosa non serve aspettare otto mesi prima che ti diano il permesso: vai, paghi le tasse, registri il business e inizi il giorno dopo”[/df-subtitle]

Lo scorso giugno aveva terminato la sua esperienza al Francavilla, squadra di Serie D dell’omonimo paese abruzzese alle porte di Pescara.

Da meno di due mesi, però, la sua vita prosegue a Philadelphia, città della Pennsylvania. Dopo il matrimonio di quest’estate con Marguerite Terruso ha deciso di lasciare l’Italia per trasferirsi negli States.

Stiamo parlando di Emmanuele Sembroni, classe 1988 e per molti anni difensore centrale. Durante la carriera ha vestito maglie importanti come quelle di Pescara e Salernitana.

Il suo legame con il calcio non è finito, perché ora gioca tra le fila del Cedar Stars Academy, franchigia di terza serie locale, e allena i bambini del Park Slope United.

Contemporaneamente, lavora anche nelle vesti di promotore della Herbalife Nutrition, un’azienda che cura la corretta nutrizione, specie in ambito sportivo.

Sembroni, come sta procedendo a New York?

E’ da pazzi, i ritmi sono allucinanti, c’è traffico sui marciapiedi e anche dentro i supermercati. Io e mia moglie viviamo a Philadelphia, nella zona attaccata al Museo dell’arte dove c’è la statua di Rocky. Lavoriamo a New York, mi moglie per Pfizer, una ditta farmaceutica mondiale. Per vivere lì diciamo che deve piacerti il caos, però si lavora alla grande“.

Fino a poco tempo fa giocava al Francavilla in Serie D. Perché questo drastico cambiamento?

Perché negli negli ultimi due anni ho fatto più scelte di vita. Dopo Salerno ero finito in Svizzera (al Chiasso, ndr), poi ero andato in Serie C alla Lupa Roma e L’Aquila per riavvicinarmi a casa e poter così iniziare a pensare ad altri progetti che mi hanno successivamente portato in America. Mentre fino a qualche mese fa ero al Francavilla. Avrei giocato qualche anno in più, ma col Francavilla non sono state rispettate determinate cose, quindi da lì l’idea di trasferirci qui in America. Abbiamo solo anticipato i tempi, saremo andati comunque ma non subito ecco“.

Ma da dove nasce la scelta della “Grande Mela”?

Mia moglie è americana, originaria della zona di Philadelphia, ma ha vissuto tanti anni in Italia infatti ci siamo conosciuti a Roma. Poi qui ho potuto iniziare un’esperienza che ho voluto fortemente e che mi permette di fare tutto quello che in Italia difficilmente riesci a fare in così breve tempo. Se ci pensi gioco, alleno e lavoro per una azienda di consigli a livello nutirizionale. Vedi che c’è una velocità di fare le cose impressionante, soprattutto esiste davvero il discorso della meritocrazia: se hai qualità vai, non guardano chi conosci etc etc. Io sono arrivato qui che non conoscevo nessuno, andavo in giro cercando di trovare la mia strada, anche in vista del mio permesso di lavoro che è in fase di elaborazione“.

Lei adesso gioca nel Cedar Stars Academy. Com’è nata questa opportunità?

Ero a casa, ho ricevuto un messaggio su Facebook da un signore di nome David Harris, che voleva parlarmi di un’eventualità di giocare per questa squadra in New Jersey. Tale esperienza mi avrebbe però consentito di avere tempo per lavorare durante la settimana e per creare così la mia strada anche in ambiti diversi. Ho avuto contatti con l’allenatore Austin Friel e il presidente Oliver Papraniku, e da lì è nata l’opportunità. Inoltre stiamo vincendo sempre e siamo primi in classifica. E’ un campionato molto interessante e ci sono bravi giocatori. La società è spettacolare, c’è tutta un’altra filosofia“.

Trova qualche analogia con le serie minori del calcio nostrano?

Non è paraginabile col calcio italiano C’è molta intensità e molto agonismo. E’ molto poco tattico, e a livello tecnico si commettono degli errori semplici, di deconcentrazione o comunque di lacune tecniche. Ma il potenziale è altissimo, a partire dalle società e dalle strutture. Noi giochiamo nell’area di New York e New Jersey, in tutti i quartieri di queste zone“.

E a livello di pubblico com’è?

Nella mia categoria non c’è pubblico. Le strutture sono belissime, con campi di ultimissima generazione. Il nostro si trova in mezzo ai parchi ed è composto da tantissimi campi, sia per il calcio maschile che per quello femminile. Diciamo che c’è molto seguito ma che è diverso. Già se vai a giocare nella seconda serie si respira un’aria diversa: gli stadi sono grandi e c’è tantissima gente, si arriva anche a 20mila persone“.

Oltre a giocare, lei allena anche. Le piace quest’altra attività?

Si, ho iniziato questa esperienza nel ruolo di assistant coach, l’equivalente dell’allenatore in seconda. Il primo si chiama head coach. Qui devi fare prima un percorso di formazione a livello socio-culturale e di lingua, per capire la mentalità, l’approccio con i ragazzi e in particolare la filosofia della società. Ho cominciato così e adesso sono stato promosso come head coach dell’Under 6 e dell’Under 7 e nello stesso tempo rimasto come assistant coach per la squadra Under 11 e Under 12“.

Ma il suo obiettivo è diventare un allenatore professionista di una prima squadra?

Ho deciso di unirmi con questo club di nome Park Slope United, in un quartiere di Brooklyn, e la cui scuola calcio è la numero uno della zona, ha avuto una crescita esponenziale nel giro di cinque anni. Sono lì dopo aver parlato con Dylan Cope. L’obiettivo primario è quello di cominciare a fare esperienza assieme a loro per aiutare il loro club a far crescere i ragazzi e poter poi mandarli a giocare in squadre professionistiche. Il secondo è fare un percorso di crescita all’interno del club per poi un giorno avere un ruolo più manageriale per far crescere i giovani. Questo è quello a cui miro, non tanto allenare una prima squadra, ma al momento lavorare con loro, considerando anche che in America c’è un potenziale enorme“.

E non va nemmeno dimenticata la sua attività di promotore della Herbalife Nutrition…

Sono stato contattato dal co-founder di questa organizzazione di NYC, che si trova a 1115 Broadway a Manatthan. Abbiamo uno studio dove ci troviamo tutti i giorni con Daniel Ardelean – ex atleta professionista – e Irina Popa-Erwin – ex ginnasta -, i creatori questo business (nella seconda foto in basso). Entrambi lavorano con Herbalife Nutrition da dodici tanti anni. Mi è stata data questa possibilità di unirmi a loro per creare un discorso diverso con atleti professionisti. Mi sembrava un progetto che si trovava d’accordo con la mia filosofia, ho comunque rappresentato Herbalife dal 2011 al 2017 anche in Europa, notando su me stesso dei vantaggi e la qualità del prodotto, e considerando che, a livello di supplementi, prodotti come questi sono importanti per noi calciatori. Sto creando un progetto nuovo per giocatori a livello di marketing e di supplementi per lo sport, e per dare a questi ragazzi una visibilità maggiore e affinché abbiano già un indirizzo quando lasciano il calcio. E’ un discorso di creare opportunità che in Italia in questo momento sono limitate per la crisi economica. Nel mio team fanno già parte Ettore Mendicino, calciatore professionista, Alessandro Salvetti (calciatore semi-pro & mental coach per giovani atleti), Lorenzo Mancini (calciatore semi-pro), Gabriele Zerbo (calciatore professionista) e Amedeo di Pietrantonio (Calciatore semi-pro)“.

Che differenze ha trovato tra l’Italia e gli States?

Tantissime differenze. L’Italia è il paese dove sono nato e cresciuto, e mi ha dato la possibilità di diventare calciatore professionista. Ma livello lavorativo, di fondi e organizzativo l’Italia non è avvicinabile neanche minimamente agli USA. Qui se vuoi lavorare, diventare qualcuno oppure se hai un sogno basta che ci credi e lo realizzi. Questa è la differenza più grande. Per realizzare una cosa non serve aspettare otto mesi prima che ti diano il permesso: vai, paghi le tasse, registri il business e inizi il giorno dopo“.

Segue ancora le squadre dove ha giocato? E quale è rimasto maggiormente legato?

Per il tempo che ho e la differenza di orario riesco a seguire qua e là. Citarne una in particolare non sarebbe corretto per le altre. Ci sono state avventure molto importanti per le quali nutro rispetto e gratitudine“.

E ai ragazzi cosa consiglia?

Di guardare prima all’educazione e allo studio. Poi a livello calcistico quello di divertirsi e di prendere le cose in maniera semplice. L’errore più grande che si fa nel mondo, e non solo in Italia, è quando il genitore pensa che i figli sono tutti dei Cristiano Ronaldo e debbano quindi firmare il giorno dopo il contratto milionario nei professionisti. Questo fattore è un limite notevole per la crescita di un ragazzo. Ora posso constatarlo da vicino: alla minima difficoltà i ragazzi sono sotto terra. Si vede subito che a livello di confidenza e autostima si capisce chi vive in situazioni particolari e chi no. Sta proprio a noi come allenatori aiutare i ragazzi a crescere in un contesto sportivo che giovi anche alla vita sociale“.

Ma quindi, tirando le somme, cosa le sta dando questa nuova vita americana?

Tante soddisfazioni. E’ difficile da far capire capire all’esterno. In Italia si vive per il calcio, tutti vorrebbero diventare dei calciatori. Ma questo spesso ti fa vivere un senso di insoddisfazione, ti richiede sempre di più. Basta un minimo dettaglio che non va a genio a una persona all’interno della società, che non sei mai apprezzato. Poi in Italia hai un progetto, la prima risposta che ti viene data è sempre un no categorico, a prescindere da quale sia il progetto. In America, a prescindere dalla persona, se hai un progetto e vuoi esprimerlo, non prenderai mai un no: tutti sono interessati. Le cose nascono dalla notte al giorno. Qui sta la differenza“.

C’è qualcosa che si sente di aggiungere?

Voglio mandare un messaggio sia ai ragazzi che ai miei coetanei. Deve essere un messaggio di coraggio e che apra la mente: mai avere paura di creare opportunità o lasciare qualcosa perché all’esterno non ci sia nulla. In particolare per chi fa il calciatore: non è detto che non si possa creare un’alternativa, perché c’è tutto un mondo da scoprire. Lo dico a tutti i giocatori in difficoltà, come chi è senza squadra o chi non è nella categoria che merita perché magari non ha il procuratore giusto. Bisogna avere il coraggio e non avere paura di prendere decisioni che possano sembrare poco credibili all’esterno. Se si ha un sogno, va inseguito fino in fondo e senza timore“.

 

 

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