Eraldo Pecci, ex calciatore tra le altre di Torino, Fiorentina, Napoli e Bologna, ha rilasciato una lunga intervista al Corriere dello Sport.

Questi i temi trattati.

SUL CORONAVIRUS – “Ogni mattina vado all’edicola perché mi piace tenermi informato. Leggo, scrivo, seguo la tv. Molti telegiornali e guardo ‘Law & Order’. Mi piacciono quelli che sbattono in galera i cattivi. Spero di non pesare un quintale e mezzo quando finirà tutto. Cerco di aiutarmi con la cyclette ma c’è il frigo vicino. La mia paura è che tutta questa solidarietà sia un’illusione. Appena tutto sarà finito ognuno tornerà a correre per il proprio vantaggio.

Ci sono delle priorità – continua Eraldo Pecci – la vita su tutto. Valgono anche per il calcio. Dopo si andranno a contare i danni. Se sono intelligenti si taglieranno un dito a testa e non la mano intera. Alla fine, come sempre, saranno i più forti a dettare le regole”.

SU GIANNI MURA“Quando parlavo del mio libro sul Toro dicevo ‘Ragazzi, leggete le prime cinque pagine, quelle scritte da Mura, il resto buttatelo’. L’avevo sentito due giorni prima e mi aveva assicurato che stava bene. E invece… Un uomo di una generosità unica, un esempio”. 

QUALCHE ANEDDOTO DA GIOVANE – “Da giovane raccontavo mi chiamassero il ‘trapano dell’Adriatico’ ma non ci credeva nessuno. Lavoravo nei ristoranti e nei bar e qualcosa ci scappava sempre, ma io esageravo con i numeri.

A quattordici anni ero in macchina con una signora austriaca. Dopo pochi secondi sentii un gran calore ed era tutto finito. Con la mia prima fidanzatina non andò molto meglio: lei era vergine e consumai tutta la busta dei preservativi senza riuscire. Gli inizi sono duri per tutti”.

QUALCHE ANEDDOTO SULLA SUA CARRIERA – “Una volta un dirigente mi offrì un mucchio di soldi, ma io rimasi dov’ero. Nomi? Li faccio solo se non li scrivi. Posso dire che Chinaglia voleva portarmi alla Lazio quando giocavo alla Fiorentina.

Maifredi? Non era un cattivo tecnico, ma arrivò troppo presto alla Scala del Calcio. Alla Juve si bruciò e non riuscì a ripartire”.

Bearzot? Un’altra persona innamorata di questo sport. L’ho amato. Aver vinto il Mondiale è stata una giustizia divina per tutte le contestazioni subìte”.

QUANDO PECCI STAVA PER DIVENTARE BIANCONERO –“A quindici anni feci un provino con la Juve. Andò talmente bene che volevano prendermi a tutti i costi. I miei dirigenti fecero una richiesta talmente esagerata che finì lì. Meglio così, ma ho rischiato grosso.

A parte gli scherzi, sono molto amico di ex juventini. Tutt’ora con Dino Zoff. Con lui e Scirea giocavamo a scopone con il nostro macellaio. Ma in campo non si guardava in faccia nessuno. In una mia Nazionale ideale metto Scirea, pur riconoscendo grandi doti a Franco Baresi”. 

SUL TORINO DI PECCI –C’erano talenti come Claudio Sala e Ciccio Graziani. Leader di spogliatoio come Salvadori. C’era Pulici che in area era un killer, non aveva rivali. Io non ero un leader, ma facevo da collante ad un gruppo di giocatori sfiduciati per campionati rubati come quello del ’72″.

SUL MIGLIOR CALCIATORE CON CUI HA GIOCATO – Vincenzo D’Amico. Destro, sinistro e palla a quaranta metri. Talento puro”.

SU MARADONA – “Beh, lui non è un calciatore, è Dio“.

SUL CALCIATORE PIU “BELLO” DA VEDERE OGGI – Messi, faccio i complimenti a Cristiano Ronaldo che tiene testa a uno baciato dal Signore”, ha chiosato Eraldo Pecci.

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