Elogio alla follia: Josip Ilicic, il genio

Elogio alla follia: Josip Ilicic, il genio

Se dovessi spiegare ad un bambino che cos’è il genio, come lo descriveresti? Prendendo in prestito una celebre definizione di Ezra Pound, “il genio è la capacità di vedere dieci cose là dove l’uomo comune ne vede solo una, e dove l’uomo di talento ne vede due o tre”. Il genio è dunque, anzitutto, una capacità, assolutamente innata e connaturata nell’animo della persona, che necessita di trovare ispirazione per l’espressione. Manifestare il genio è un “level up” al quale non tutti i talenti riescono ad arrivare.

Spesso infatti sentiamo parlare di “potenziale latente”, “talento inespresso”, “campione mancato”. Il quid che sblocca il genio è l’ispirazione, che nasce quando ci si trova a proprio agio nel contesto. Nel momento in cui si libera genio, si libera anormalità, imprevedibilità, follia. E quando il genio è su un campo da calcio, nasce l’anarchia tattica, ovvero una situazione anomala in cui un giocatore esula dai dettami dell’allenatore per inventare a suo piacimento, poiché particolarmente ispirato. In Serie A c’è un solo giocatore che può essere considerato capace di sradicare il classico tatticismo italiano: Josip Ilicic, l’assolutezza della genialità.

Da ormai dieci anni nel nostro campionato (epico il suo passaggio al Palermo dal Maribor, a seguito del preliminare tra le due squadre), sullo sloveno è sempre pesato lo stesso macigno: “È il classico slavo, è svogliato e discontinuo”. L’incostanza, un’attitudine innata dei calciatori della ex Jugoslavia (ricordiamo in proposito Vucinic o Savicevic), impone che, a seconda del proprio umore, essi decidano di risolvere la partita o essere il dodicesimo uomo degli avversari. L’Ilicic del Palermo non esula affatto, e, sebbene il bottino coi rosanero ammonti a 107 presenze e 25 goal, il feeling con l’ambiente non sboccia mai.

Da parte dei tifosi, perché consapevoli di avere un diamante grezzo che però non vuole saperne di raffinarsi; da parte di Ilicic, perché costretto a fare l’ala destra del 4-3-3, obbligato ad essere una semplice pedina tattica. Imbrigliarlo in una banale posizione tattica è quasi oltraggioso, inutile, perché il genio, tornando a quanto detto prima, ha bisogno di spazio e libertà per esprimersi. Ispirazione. Anche la Fiorentina prova ad umanizzarlo, concretizzarlo, ottenendo lo stesso risultato: discontinuità.

Non bastano le 37 reti e i 18 assist in 138 partite. Tifosi, staff, società si aspettano di più, pretendono di più da un giocatore che potenzialmente è un fuoriclasse. Ma, laddove il tifoso, improvvisatosi analista, lo taccia di incostanza e svogliatezza, l’intenditore vede crescita, miglioramento dei colpi e della tecnica, ascesa. Ilicic sta evolvendo, si sta trasformando, svestendo i panni della semplice ala, fuoriuscendo dalla semplice collocazione tattica e imponendosi come centro di gravità della squadra, onnisciente e onnipotente.

La metamorfosi di Ilicic si completa e perfeziona nell’Atalanta di Gasperini, macchina dagli automatismi tanto collaudati quanto incontrovertibilmente efficaci. L’allenatore della Dea, consapevole che coi fenomeni l’unica cosa da fare è concedergli l’anarchia tattica, ha la geniale intuizione di consigliargli, sempre teoricamente e mai obbligatoriamente, di agire nel cuore della trequarti avversaria, libero di creare calcio e di raggiungere la definitiva ispirazione: l’estasi. Lo sloveno evade così, in maniera definitiva, dai compiti tattici e viene lasciato libero di concentrarsi unicamente sulla cosa più importante: il pallone. Da lì in poi, è una meraviglia per gli occhi. 106 presenze, 49 reti e 28 assist. Numeri da capogiro, ma c’è un particolare ancor più incredibile.

Andando a rivedere i suoi goal, è impossibile trovarne uno brutto. Non una deviazione, un rimpallo, un tap-in, una svirgolata o altro colpo fortuito; i goal di Ilicic sono uno più bello dell’altro. Il sinistro a giro sul secondo palo è dominante, e tanto preciso quanto ineluttabile che farebbe impallidire persino Robben, il maestro in materia. Ma anche colpi di tacco, tiri al volo, calci di punizione, slalom speciali. Non una novità, perché Ilicic goal straordinari li segnava anche nelle sue ex squadre.

Una volta, al Palermo, con un siluro da 30 metri buttò giù la porta della Fiorentina. Niente di strano, direte, magnifici gol con tiri da lontano ne si vedono a iosa. L’unico problema è che Ilicic ha ripetuto lo stesso goal, anche con la maglia viola. Avversario? Il Palermo. Semplici coincidenze? Può darsi; destino? Probabile.

La verità è che uno come Ilicic riesce a prescindere anche dal destino, da un assunto che stabilisce che, invecchiando, si diventa necessariamente e obbligatoriamente più deboli, più fragili e meno incisivi. Ilicic è il miglior prototipo atto a dimostrare il messaggio che l’età è solo un numero. Era così per Totti, che a 40 anni ancora incantava, per Zanetti, che alla stessa età ancora correva come un forsennato, per Inzaghi, mai sazio di goal, o Buffon, classe 1978, che ancora sa muoversi da felino.

Come il vino, che più invecchia più delizia, così Ilicic, a 32 anni, ha compiuto l’agognato salto di qualità e raggiunto la definitiva consacrazione. Si è liberato completamente dalle spoglie mortali per vestire i panni del fenomeno incisivo e decisivo, sia da assistman che da finalizzatore. Dirige l’attacco atalantino, coordinando i vari Gomez, Zapata, Muriel, Pasalic e Malinovskyi e decidendo il ritmo di gioco, cioè stabilisce se accelerare o tergiversare in attesa del varco giusto.

Se al Palermo e alla Fiorentina era uno dei tanti, l’Atalanta gli ha conferito la palma di miglior attore protagonista, innescando il genio. Se la squadra bergamasca è diventata la realtà più bella del calcio italiano, tanti meriti vanno allo sloveno, un giocatore più unico che raro. Perché di calciatori alti 1.90 m e con una tecnica così, forse non se n’erano mai visti, eccezion fatta per Ibrahimovic.

Allora, parlando di attori, facendo un paragone con un personaggio cinematografico, Ilicic potrebbe essere l’Ivan Drago del calcio, con la differenza che in questo mondo, di rivali che lo mettono al tappeto, di Rocky Balboa, non ce ne sono. E Ilicic, come il russo alla fine del film, si è liberato dal controllo di chi voleva imbrigliarlo negli schemi tattici per farne un normale trequartista, con l’obiettivo di mostrare, non più solo all’Italia, ma a tutto il mondo del calcio, di essere un genio.

Le quattro reti al Mestalla di Valencia ne sono la dimostrazione. Un poker, inoltre, che l’ha reso il secondo giocatore, dopo Shevchenko, a realizzare quattro gol in trasferta, nonché il più “anziano” a farli in una sola partita. Ma l’età è solo un numero, no? Pare proprio di sì, perché a 32 anni, Ilicic è diventato, finalmente, il giocatore tecnicamente più forte della nostra Serie A.

Resta aggiornato. Ti invieremo una mail solo per le novità


Non ti preoccupare niente SPAM , lo odiamo quanto te.


Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /home/europac3/public_html/wp-content/themes/trendyblog-theme/includes/single/post-tags-categories.php on line 7

About author

0 Comments

No Comments Yet!

You can be first to comment this post!

Leave a Reply