Diego Armando Maradona, l’aquilone cosmico che ha vissuto come voleva

Erano soprannominati “los cebollitas”, da cipolla, come era il colore bianco e rosso delle loro maglie. Una squadra imbattibile: 136 partite senza perdere. A volte, l’allenatore lo metteva in campo scrivendo nella distinta “Ezequiel Montanìa”. Poi, in un modo o nell’altro si capiva che in quella squadra di furetti nati nel 1960, quel “Montanìa” era null’altro che Diego Armando Maradona. Che ha preso tutti alla sprovvista, così come faceva in campo, dovunque abbia giocato. Andandosene a 60 anni, compiuto 25 giorni fa, saldando quel conto che la vita gli ha presentato troppo presto; e che lui ha contribuito non poco a ingigantire giorno dopo giorno.

Maradona è stato quell’aquilone cosmico citato da Victor Hugo Morales, cronista uruguagio che lega la sua vita e la sua storia professionale al commento di quel gol che Diego segna all’Inghilterra nel 1986, al mondiale messicano. “Da che pianeta vieni?” si chiede Morales mentre Maradona esulta insieme ai compagni.

Maradona non lo poteva scoprire nessuno, lo portava il destino e tu dovevi essere bravo ad accorgertene. Da Villa Fiorita, quartiere un po’ così di Buenos Aires, al San Paolo, passando per la Bombonera con la maglia del suo amato Boca; e per quell’Argentinos Juniors delle “cebollitas”, la squadra giovanile che dominava nei campionati inferiori con lui in campo, prima di esordire coi grandi. “Il mio sogno è giocare il Mondiale, l’altro è vincerlo”. Gli riusciranno entrambi, con nel mezzo un Italia-Argentina, anno di grazia 1982, dove Gentile non lo molla un minuto negandogli qualsiasi spiraglio.

L’empatia con il pubblico che ha avuto intorno in ognuno di quegli stadi, è il vero messaggio di Maradona. Travolto dalle fragilità, dalle amicizie pericolose, dalla cocaina, e da quella parabola napoletana che finisce nel marzo 1991 nel modo più inglorioso. Dopo due scudetti e una Uefa, non è mai riuscito a fare con esse una pace totale.

Una divinità sbarcata in terra, un ruolo non voluto ma figlio del suo autentico genio calcistico; che spesso gli si ritorse contro. Ma resta per esempio il Maradona leale con l’avversario. Nel 1988, mentre il Milan battaglia col Napoli, alla vigilia dello scontro diretto al San Paolo disse di non voler vedere alcuna bandiera rossonera nello stadio azzurro. Ma dopo, quando i rossoneri la spuntano per 3-2, concede l’onore delle armi. In un altro Napoli-Milan, lo vediamo uscire con indosso la maglia di Baresi: “Questa è la maglia di un grande giocatore”.

Gli attriti con Ferlaino, la lotta ai poteri forti, simboleggiata appunto da quell’esperienza napoletana così lontana dai grandi centri calcistici di Torino e Milano, molto più vincenti e luccicanti. A Maradona certamente interessava la gente, il popolo, non quell’asettico vento di successo che il Nord ti concedeva. Non è stato un esempio, questo non possiamo dirlo. Ma quanto è semplice scagliarsi contro chi è in difficoltà? Ecco, non vogliamo incorrere in questo errore. Chi di noi non ha debolezze e demoni? E nonostante ciò, siamo anche certi che molti detrattori oggi si faranno agnellini.

Diego Armando Maradona ha interpretato sé stesso in tutta la sua completezza, anche quando mandò a quel paese gli italiani nel 1990, durante l’inno argentino, fischiato dal pubblico di Roma perché la squadra di Bilardo aveva eliminato gli azzurri nella semifinale mondiale. Genio e sregolatezza si suol dire, e mai tale accostamento è stato più azzeccato nel caso di Diego, preso a 60 anni da colui che chiamava “il barba”, che lo aveva iperdotato e lo aveva già più volte salvato.

Aquilone cosmico che ha vissuto come ha voluto, che piaccia o meno. Una vittoria che lo ha ucciso, ma che in fondo è meglio di qualsiasi titolo mondiale.

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