De Rossi si racconta- L’ ex capitano e bandiera della Roma Daniele De Rossi è stato ospite, questa mattina, dell’ Università Luiss, per il secondo appuntamento con il corso di Team Manager. De Rossi ha raccontato il suo passaggio da grande giocatore ad apprendista allenatore, in quanto sta studiando assiduamente per intraprendere, in futuro, proprio quella carriera. A riportarlo è “Il Corriere Dello Sport“.

Queste le sue parole:

C’è un calcio prudente in Italia e più legato ai risultati?
“Lentamente stiamo cambiando registro. In Italia si sta iniziando cercare il bel gioco. Ci sono molte squadre che provano a giocare a un calcio propositivo e offensivo. Il problema è il giudizio: in Italia vieni giudicato per il risultato, più che negli altri campionati europei. Un allenatore si spaventa di ricercare il bello e invece magari cerca una scorciatoia per arrivare subito al risultato.

Secondo me chi gioca meglio ha più possibilità di vincere. Non succede sempre, ma alla lunga hai più possibilità di vincere. Non è facile ovviamente fare il calcio del Barcellona se non hai Iniesta e Xavi, l’allenatore deve cucire il giusto abito sulla rosa che ha a disposizione”.

Sul ruolo del team manager.
“Tanti allenatori hanno il proprio personal team manager: Guardiola ha un amico storico e credo che anche Fonseca lo abbia. È una figura che ai miei tempi non esisteva, un ruolo che si è evoluto e aggiornato con il passare degli anni. Tempistilli faceva un altro ruolo rispetto a Gianluca Gombar, due team manager che ho avuto alla Roma”. 

Sull’istruzione dei giocatori.
“Le squadre si stanno occupando di più delle scuole. Io sono un giocatore riconosciuto che sa parlare e si sa comportare, ma ho la terza media. Prima non c’era quell’attenzione che forse prima vorrei avessero avuto per riuscire a conciliare calcio e scuola: prima le squadre non si interessavano del percorso scolastico dei giocatori. A volte i calciatori sono portati a una scelta.

Il Boca Juniors ha la scuola vicino allo stadio, e tutti i ragazzi che giocano nelle giovanili devono anche frequentare la scuola. Adesso il calcio sta seguendo questo cammino”. 

L’Italia è in ritardo sulla formazione dei giovani?
“Sì, siamo in ritardo. In Germania iniziano a formare i giovani fin da piccoli: li fanno giocare e studiare. Le scuole? Negli Stati Uniti non c’è un atleta che non passa dell’università. Sia per un percorso di crescita personale che sportivo. Questo essere costretti a passare dall’università ti porta poi verso una via d’uscita anche se non diventi uno sportivo”. 

La pressione in Argentina?
“È peggio che a Roma. Il Boca è una lavatrice che fa la cetrifuga per 24 ore al giorno. È più devastante di Roma. Il giornalista del Boca parla del Boca e massacra il River. Il giornalista del River parla della sua squadra e si inventa qualcosa anche sul Boca ed è successo che inventassero anche su di me”.

L’ambiente romano?
“Io sono stato uno di quelli che ha sempre visto nell’ambiente un problema, o qualcosa che toglieva più che aggiungere. Con gli anni però ho tolto peso a questa situazione. I giocatori e il club sono artefici del proprio destino.

Alla fine non vincevi i campionati perché la Juve comprava i giocatori più forti e i tuoi giocatori più forti, perché l’Inter aveva il triplo del tuo monte ingaggi. La Roma era una squadra forte, arrivava seconda e poi la Juventus, l’anno dopo ti comprava il giocatore più forte. E quindi facevi un altro passo indietro. L’ambiente romano è un fantasma che aleggia: ci sono i rompiscatole e quelli che si lamentano sempre, ma non scendono in campo”.

Su Ibrahimovic a Sanremo.
“Non è una cosa che può gestire l’allenatore, ma la società. Ibra ha rivoluzionato la squadra, è un motivatore per tutti. Se ha chiesto di partecipare in un momento delicato io penso che a quel punto debba intervenire la società, il tecnico non può fare il parafulmine. Credo ci sia stato manica larga perché lui ha fatto diventare il Milan una squadra che fino a una settimana fa era prima in classifica. Gli è stato dato spazio per questo, l’allenatore a volte deve accettare quello che succede”.

De Rossi si racconta –  Sul caso Pellegrini-Immobile per una foto. Guarda che è successo… 
“Questo è figlio delle rivalità e del mondo social. Io non mi sento molto a mio agio sui social, ci sono entrato da tre mesi perché c’erano 15-20 pagine fake che parlavano a mio nome, ma stavo benissimo nel mio anonimato social e di vita. Non puoi incontrare sempre gente che accetti la tua libertà di frequentare chi vuoi, chi è aperto di mente, ecco perché dobbiamo cercare di esternare queste cose. Peruzzi non fa il team manager, parlo di lui perché è stato uno dei primi a fare questo ruolo ed è il migliore a farlo. Io sono amico con tanti giocatori della Lazio, abbiamo un amico in comune con Cataldi.

Una volta eravamo agli Internazionali di tennis, gli ho parlato e l’ho messo a suo agio ed è un ragazzo meraviglioso. Ho fatto bei derby, ne ho vinti e persi, c’era questa grande foga che mi ha portato ad avere atteggiamenti sopra le righe, ma adesso a distanza di anni non penso ci sia un calciatore che pensi male di me a livello professionale e umano. Perché non mi piacciono i social? Perché se voglio fare gli auguri a un mio amico della Lazio lo chiamo al telefono e glieli faccio. Se fossi stato club manager, avrei detto a Lorenzo di chiamarlo e magari di non mettere la foto.

Non perché è sbagliato, ma perché così nessuno si offende, visto che era passato qualche giorno dal derby perso. Ma non ha mancato di rispetto di nessuno. La prossima volta che perderemo un derby, magari ci penserà due volte a mettere la foto ma solo per togliersi qualche rottura di scatole”.

Niente Stadio Roma e Olimpiadi
“Sono due episodi che tolgono qualcosa all’Italia e a Roma. Avere una manifestazione del genere sarebbe stato motivo di orgoglio. Lo stesso per lo stadio, io poi non conosco bene la situazione da preciso. Io ho fatto le Olimpiadi, ero affascinantissimo e chiesi alla federazione di fare il fuori quote per ripetere un’avventura pazzesca. A tutti sarebbe piaciuto avere le Olimpiadi dietro l’angolo, ma non so se sia stato sbagliato non candidarsi perché non conosco le cause e i problemi che avrebbero potuto creare alla città. Stadio? A Torino la Juve ci ha messo poco a fare lo stadio e gli dà una grande mano.

E’ un grande peccato, io ho visto due presentazioni degli stadi a Roma con Sensi e Pallotta, pensavo fosse fatta in entrambi i casi. Alla fine siamo rimasti col plastico. Peccato non aver fatto un passo in avanti in questo senso. Sarebbe potuta essere la miccia per un cambio di marcia per il calcio italiano”.

Su Gombar e l’errore dei sei cambi contro lo Spezia.
“C’è stata una cascata d’odio sui social. L’errore lo ha fatto. Credo ci sia stato un concorso di colpa, ma ha responsabilità. Lui non ha mai detto di non aver sbagliato. Quando l’ho chiamato si è preso le sue colpe “Ho sbagliato Daniè, ho sbagliato. Accetto se mi mandano via o se mi cambiano ruolo”, mi ha detto. Ma se avessero mandato via tutti quelli che hanno sbagliato, dentro Trigoria ci sarebbe solo la statua della lupa all’ngresso. Soi è preso le sue responsabilità. La mia difesa nei suoi confronti non è stata capita, è difficile per molti analizzare un testo. Io ho salutato un ragazzo che veniva borbardato di insulti, non l’ho difeso”. 

De Rossi si racconta – Su Pirlo.
“Difficile trovare un allenatore che parta senza esperienza come è successo a Pirlo. Spero di partire dal posto più alto possibile perché significa avere giocatori forti. Magari se sarò in difficoltà me la risolveranno loro”.

Sulla panchina della Roma.
“L’ho sempre detto che mi piacerebbe, sarebbe un sogno vincere da allenatore della Roma. Cerco sempre di non parlare della Roma perché le mie parole hanno un peso diverso. Cerco sempre di non farlo, ad esempio ho annullato un’intervista dopo il 3-0 contro la Lazio. La cosa che mi ha dato sempre fastidio sono i giocatori della Roma che andavano via e parlavano male”.

Sul modo in cui è stato gestito l’addio alla Roma
“E’ stato gestito in modo abbastanza normale, c’è una cosa che mi ha fatto male ma c’è causa in corso per qualcosa uscito su un giornale e che forse è partito dall’interno. Gli stessi Pallotta e Baldini sono stati presi a male parole, ma io non ho rancore con loro. Avrei potuto fare qualche anno in più, ma non vedo un attacco al re. Nello spogliatoio comunque non c’era un aria buona, era tutti attaccati a me.

Mi ha imbarazzato come la tifoseria avesse reagito, avevo 100 tifosi sotto casa, gente infuriata sui social: un baccano che non mi piace molto. Noi calciatori siamo talmente tanto legati al nostro lavoro che potremmo continuare a giocare per sempre senza accorgerci di essere quelli di una volta. L’ultimo anno a Roma ho giocato con un ginocchio disintegrato senza chiedere nulla.

Mi chiesero tante volte di stringere i denti e poi quando mi incrociavano in corridoio cambiavano strada. Io avevo capito da mesi che questa decisione era stata presa. La Roma ha due capitani degni, Lorenzo Pellegrini ed Edin Dzeko. Credo di essere rappresentato da loro nella maniera migliore”.

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