CALCIO ROMA – 7 punti in 8 partite (Coppa Italia compresa), con solo 12 gol fatti e ben 16 incassati, di cui addirittura 7 nelle ultime due partite; questo, l’inatteso e deficitario bilancio del 2020 della Roma.

Inaspettato perché, per come aveva terminato l’anno la squadra di Fonseca, autrice di 4 vittorie e 1 pari (a S.Siro con l’Inter) nelle ultime 5 di campionato, niente avrebbe lasciato immaginare che la compagine capitolina avrebbe inanellato un filotto di risultati negativi tanto preoccupante.

Eppure, qualche campanello d’allarme in realtà c’era. Proviamo ad analizzare i fattori e le cause che hanno aperto la crisi della Roma.

[df-subtitle]CALCIO ROMA, UN CURIOSO STORICO[/df-subtitle]

Anzitutto, i tifosi giallorossi non saranno di certo troppo sorpresi di questo periodo nero della propria squadra; dato che, storicamente, negli ultimi anni la Roma sembra risentire parecchio dell’inizio del nuovo anno, subendo un calo fisico, mentale e di risultati quasi fisiologico e involontario; che spesso ha definitivamente compromesso le ambizioni annuali della società.

Quasi come se la pausa invernale automaticamente arrestasse gli automatismi della squadra, causasse l’involuzione inspiegabile dei trascinatori; il blocco della crescita dei più giovani; e la rottura del sodalizio rosa-staff tecnico.

Trattasi di pura casualità o no, deve esserci ben altro dietro la tragica metamorfosi della Roma di inizio stagione, scoppiettante e propositiva; in questa Roma, disorganizzata, arrendevole e spesso in balia degli avversari.

[df-subtitle]ANALISI DELLA CRISI CALCIO ROMA[/df-subtitle]

Le parole chiave per spiegare il momento della Roma potrebbero essere tre: disorganizzazione (tattica e societaria); sfortuna (o forse no?) e presunzione.

Riguardo il primo punto, anzitutto, che pur si dica che le vicissitudini societarie non per forza debbano influenzare l’andamento della squadra, è impossibile non credere che il probabile avvicendamento Pallotta-Friedkin non stia avendo ripercussioni sull’organizzazione dirigenziale e sugli umori dello spogliatoio.

La cessione di una società, con tutti i nuovi contratti, i nuovi dirigenti, le nuove idee ed un nuovo assetto è sempre motivo di sbandamento per calciatori, staff e dirigenza.

L’instabilità societaria, in maniera consequenziale, si riflette sulla squadra; che, da un mese a questa parte, pare aver perso tutte le certezze e le trame di gioco. Al centro dell’uragano c’è Fonseca, vero e proprio indomito nocchiero di questa nave impelagata in un’asfissiante tempesta; chiamato a riorganizzare i propri uomini e a ridargli le sicurezze perdute.

[df-subtitle]CALCIO ROMA[/df-subtitle]

L’ottima Roma vista in autunno è infatti ormai un lontano ricordo; il 4-2-3-1 di stampo fonsechiano, da macchina generatrice imprevedibile di pericoli, è ora il titolo di un copione visto e rivisto; dal palleggio scontato, estrema fragilità difensiva e rara incisività offensiva.

Proprio la difesa; quella famosa linea a 4 + 1 composta da Lopez, Florenzi, Smalling, Mancini e Kolarov, che tanto aveva incantato per affiatamento e solidità, sembra ora essere il reparto maggiormente in difficoltà.

Le buone impressioni iniziali su Lopez lasciano ora spazio ai primi malumori, che non risparmiano neanche Mancini forse troppo precocemente esaltato; e soprattutto Kolarov, reo di non riuscire a ripetere i fasti delle scorse stagioni e di essere distratto, come mai prima d’ora, nei suoi compiti difensivi.

Salvo, per ora, dalle critiche il solo Smalling, spesso l’unico ad evitar danni ancora peggiori; mentre il capitolo Florenzi merita un discorso a parte che qui non è giusto approfondire.

Quello che è certo è che, cedere il capitano durante un periodo difficile per squadra e società e lasciare la fascia destra orfana di degni sostituti, non pare esser stata una mossa intelligente; anzi, ha sicuramente acuito la rottura già in atto nello spogliatoio tra senatori e giovani.

Il centrocampo invece, da quando è privo di Diawara, non è più lo stesso. Veretout, che da inizio stagione le ha giocate davvero tutte, sembra aver finito la benzina e di aver bisogno di un po’ di ricambio; mentre Cristante non ha mai dato l’impressione di essere un buon mediano, in quanto tardivo nell’impostazione, molle come schermo protettivo della difesa e impacciato nella manovra offensiva.

L’assenza di un palleggio veloce e di un gioco fluido ha rallentato il passaggio dell’azione verso le due ali (Perotti/Kluivert/Mkhitaryan – Under/Zaniolo); e soprattutto il trequartista (Pellegrini/Pastore) che ha perso la sua funzione di collegamento tra asse mediano e attaccanti.

Una delle tristi caratteristiche dell’ultima Roma è infatti la prevedibilità offensiva: Pellegrini è sempre troppo facilmente bloccato dai mediani avversari; mentre i movimenti di Under, Perotti o chi per loro, nel tentativo di dare una diversa trama di gioco, sfociano nell’esatto contrario, entrando in mezzo al campo e finendo per pestare i piedi ai compagni. È così la punta, Dzeko, a dover spesso venire incontro a prendersi il pallone per smistarlo sulle fasce e creare superiorità.

Ma se l’attaccante centrale retrocede sulla trequarti, l’area di rigore da chi è occupata? Normalmente, nelle idee tattiche di molte squadre, diventa preda delle mezze ali o degli esterni; ma non nella Roma, o almeno non in questo momento nero.

La finalizzazione della manovra è sempre stata un problema per questa squadra, da tempo immemore esaltata per la produzione offensiva; e, al contempo, criticata per la scarsa concretezza.

Il punto è che in questo periodo la Roma fatica anche ad avere occasioni. Son venute meno le certezze, le idee, gli automatismi, specialmente il coraggio di tentar la giocata.

Merito degli avversari, certo, ma anche colpa dei giocatori più talentuosi, troppo spesso in ombra, sottotono e con spalle troppo piccole per caricarsi la squadra.

Ogni allenatore ha ormai capito come la Roma soffra maledettamente il pressing alto e infatti ordina ai suoi di andare a prendere gli avversari fino a pochi metri da Pau Lopez schermando le principali fonti di gioco (Kolarov, Cristante, Pellegrini); e ostacolando il più possibile il gigante bosniaco nel gioco di sponda.

Vedere ultimamente la Roma è quasi come rileggere continuamente lo stesso spartito: tentativo di impostazione; difficoltà a causa del pressing; palla persa, fragilità difensiva che porta allo svantaggio e altro vano tentativo di ribaltone. Le statistiche dicono che, una volta andata sotto, la Roma quasi mai rimonta.

Sarebbero di solito i cambi a spezzare la routine tattica, e qui tocchiamo il secondo punto, la sfortuna; perché non bisogna dimenticare che il calcio è un gioco e, come tale, dominato dal fato.

CALCIO ROMA – La Roma è la squadra che ha subito più infortuni (anche questo, tra l’altro, un retaggio storico); e che si è sempre dovuta reinventare. Ma se il primo stop è sfiga, il secondo è iella, il terzo è ancora attribuibile al caso? Non possono essere solo una fatale coincidenza gli innumerevoli infortuni muscolari che falcidiano la rosa.

Forse degli errori nella preparazione atletica? In ogni caso, di certo, un problema da risolvere per lo staff tecnico. In particolare la rottura del crociato di Nicolò Zaniolo ha innescato un contraccolpo tattico e psicologico davanti al quale la Roma fatica a riprendersi.

L’ex Inter, negli schemi fonsechiani, era infatti il direttore d’orchestra, colui il quale riusciva a rompere il gioco saltando il rispettivo avversario; e partendo in progressione verticale.

Alla forzata assenza di Zaniolo fa da contraltare lo stop di Diawara, cardine del centrocampo giallorosso; l’unico in grado di garantire alla manovra una certa fluidità e imprevedibilità. Una volta venuto meno il guineano, l’accoppiata Cristante-Veretout non ha mai dato l’impressione di essere ben affiatata e collaudata; mentre con Diawara in mediana atto a smistare palloni ai compagni, il francese pareva più libero di accompagnare, come collante di gioco, la fase offensiva.

Manovra offensiva che dipende, e non poco, dalle condizioni di Edin Dzeko, faro dell’attacco che, complici la stanchezza (non avendo un sostituto idoneo, non ha quasi saltato neanche un minuto); e l’assenza in zona gol per esser venuto indietro ad aiutare la squadra, pecca in contributo realizzativo.

Così come a mancare sono pure le marcature delle ali d’attacco; i vari Kluivert, Under e compagnia, motivo che ci dirotta sul terzo punto della crisi Roma: la superbia; la presunzione di sentirsi già “arrivati” da parte di molti giocatori; probabilmente troppo presto esaltati da tifosi e stampa, che spesso e volentieri considerano la Roma come un trampolino di lancio verso altre realtà più attraenti e prestigiose.

È una squadra ormai priva di identità quella capitolina; in cui il senso di appartenenza e rappresentanza, dopo i tragici epiloghi con Totti, De Rossi e ora Florenzi, pare sempre più scomparire.

CALCIO ROMA – L’orgogliosa tradizione di giocatori romani e romanisti è adesso portata avanti dal solo Pellegrini; che però può fare ben poco per una squadra in crisi di gioco e idee.

Non si può accendere la luce se non c’è l’interruttore. E qui veniamo ad un punto extra: il mercato. Una squadra che, tanto più fa una fatica immane a segnare quanto più soffre tremendamente in fase difensiva, forse avrebbe avuto bisogno di qualche aiuto in più dal mercato.

Sono arrivati Ibanez, Villar e Carles Perez, giovanissimi di ottime speranze; ma pur sempre calciatori più per il futuro che pronti al momento per assumersi responsabilità e ruoli guida all’interno dello spogliatoio.

I giocatori in esubero, i vari Pastore, J.Jesus, Kalinic, non sono stati piazzati; e il risparmio sul loro ingaggio avrebbe fatto fin troppo comodo alle casse societarie.

La vicenda Spinazzola poi, protagonista di uno scambio clamorosamente saltato con Politano, ben testimonia ulteriormente l’imbarazzo di una società spesso assente; e forse più attenta al closing piuttosto che al conseguimento degli obiettivi stagionali; mai come ora seriamente a rischio.

C’è tanto lavoro da fare per Fonseca per rialzare la squadra e ridarle l’identità perduta. Lavoro non soltanto sul campo, ma soprattutto sulla testa di giocatori in difficoltà, che devono esser ritrovati umanamente ed emotivamente.

In attesa di un futuro migliore, siamo sicuri però che, parafrasando le parole della dirigenza giallorossa di non molto tempo fa, “la Roma era una squadra difficilmente migliorabile”?

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