BIELSA SALUTA IL LEEDS – Lo domandò a tutti i lettori “France Football”, nel 2020: ma Marcelo Bielsa è un genio o un impostore? Questo l’interrogativo che campeggiava nella copertina della rivista che ogni anno attribuisce il pallone d’oro. Sono rimasto abbagliato dalla lettura di un articolo di “Contrasti” sul tecnico argentino (potete leggerlo qui) e non sto a dilungarmi su quanto già ampiamente spiegato in modo dettagliato e documentato.

Dopo lo 0-4 contro il Tottenham, in una partita tra due squadre che di certo non scoppiavano di salute, il tecnico di Rosario è stato sollevato dall’incarico dopo quattro anni alla guida degli “whites”. Che erano mancati dalla Premier League per 16 anni, prima di tornarci nel 2020 sotto la guida del tecnico argentino.

Sono stato a Elland Road a vedere quel Leeds. Era il febbraio del 2019, la squadra che fu di Giles, Bremner e Don Revie, pareva essere avviata verso la promozione dalla Championship. Il Leeds era in testa alla classifica, in un duetto con il Norwich, e quella vittoria per 2-1 sui gallesi ne consolidò il primato. Era un turno infrasettimanale e fu una bella serata. Elland Road non restò in silenzio per un momento, e trovai persino un chiosco di match-programmes “old-style” all’esterno dell’impianto; ne feci una scorpacciata, da appassionato collezionista.

E la partita: geometrie, palla a terra, velocità, bel gioco. Ne rimasi affascinato. Sgombro il campo da equivoci: sono un “bielsano”, nel senso più puro della filosofia di gioco. Come diceva Clough, se ci è stato donato un campo è bene usarlo, altrimenti giocavamo tra le nuvole. Ecco, secondo il sottoscritto il pallone è una cosa talmente bella che andare a specularci sopra, proprio no. Espressione, gioco, attacco, bellezza, ovviamente accoppiati al risultato, sono ciò che promuoverei anche io se fossi seduto su una panchina.

Resta il fatto che però non si può stigmatizzare un atteggiamento corale di stampa e soprattutto narrazione sportiva, nell’osannare oltremodo un personaggio mistico e controverso, che girava l’Argentina in cerca di talenti ma che ha anche vinto poco o nulla per ritenersi un guru del pallone.

Lungi da me a godere del suo esonero: detto della stima che nutro per un uomo lontano dai soliti canoni, non vedo perché dovrei esserne felice. A Leeds è riuscito in ciò che da quelle parti non riusciva da anni, considerato anche che il club ha avuto giorni neri, con problemi finanziari e per giocare a Elland Road pagava addirittura l’affitto. Ma nell’ora più buia per “el loco”, per dirla alla Churchill, occorre cogliere l’occasione di inquadrare in modo più veritiero il personaggio Bielsa.

E ciò può essere anche uno spunto: quante volte capita in questo sport? Siamo consapevoli di bere spesso tutto d’un fiato ogni cosa che ci viene propinata dal fascino del racconto sportivo? Siamo consapevoli di quante volte quel fascino ci trae in inganno? Mi chiedo, e vi chiedo: andiamo a cercare riscontri di quanto viene raccontato e snocciolato, il tutto ammantato da lustrini e paillettes buoni solo a inculcarci un’unica versione del personaggio o della situazione raccontata?

Esulo da Bielsa, dal Leeds o dal suo esonero per evidenziare una volta in più quanto l’incedere dei social e della cassa di risonanza così amplificata, abbia nociuto allo sport e in particolar modo al calcio. Restiamo coi piedi per terra, andiamo a ricercare il vero assolutismo dentro chi lo ha davvero incarnato. Andiamo a sottolineare il bello e il brutto di ogni personaggio sportivo che proviamo a raccontare. Facciamolo con obbiettività, lasciando da parte quella logica del tifo e dell’appartenenza figlia del nostro vissuto; per concentrarci solo sul dare una versione il più possibile equilibrata a chi ci legge. La mia non è una lezione di giornalismo o di “calciologia”: è l’ennesimo tentativo disperato di fermare una emorragia di mitizzazione che pare inarrestabile.

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