ALLEGRI GIAMPAOLO SACCHI – Massimiliano Allegri torna a parlare e lo fa a ruota libera in un’intervista concessa al Corriere della Sera. Tantissimi i temi toccati: dal ritorno in panchina al dualismo con Sacchi, dal Milan di Giampaolo alla Nazionale di Mancini. Ecco le parole dell’ex allenatore della Juventus.

ALLEGRI GIAMPAOLO SACCHI – Si parte dal suo ritorno in panchina e da due novità di cui si è accorto: Tornerò ad allenare nella prossima stagione, non prima. Da fuori vedo due novità: i giocatori africani stanno spostando il calcio sul lato fisico, poi c’è un grande ritorno del contropiede. Il tiki-taka nel Barcellona di Guardiola era un’eccezione grazie a Xavi, Iniesta e Messi”.

Poi una frecciatina a Sacchi: “Quando sento Sacchi parlare di tenere il pallone e avere atteggiamenti propositivi non capisco cosa dice e mi arrabbio. Perché non dovrebbe essere propositivo giocare in verticale, perché dovrebbe esserlo fare venti passaggi di un metro?

Ho visto venti volte le partite di Sacchi, ricordo quella a San Siro in cui il suo Milan segnò cinque gol al Real Madrid. Giocava dritto per dritto, come un fuso. Mentre il Real si scambiava con calma il pallone. Era un Milan verticale, esattamente di contropiede, che non è facile da farsi ma quando riesce è un grande spettacolo. Per questo non capisco cosa dice visto che nemmeno lui teneva il pallone”.

Sui tablet a disposizione della panchina: “Saprai quali sono i percorsi di campo più frequentati. Per fare cosa? Non esistono gli schemi, non esiste l’intelligenza artificiale, conta l’occhio del tecnico. Per riassumere in una frase quello che ho già visto. Il calcio è un campo, non un universo. Le cose si trovano, si toccano, non importa essere troppo elettronici. Serve un allenatore che sappia fare il suo mestiere la domenica, quello è il giorno in cui bisogna essere tecnici.

Il resto tocca ai giocatori, alla loro diversità. Oggi, giro, vedo il calcio dei ragazzi, dei dilettanti, parlo con i loro allenatori e sento cose che mi spaventano, parlano come libri stampati, come le televisioni. Il problema è il risultato, cioè la realtà. Lo ottieni o no? Io a casa non ho nemmeno un computer, uso l’iphone come un telefono e basta. Ma se guardo calcio so cosa vedo. E mi nascono mille idee. Siamo ancora più forti noi della tecnologia”.

Sui difensori del Napoli: “Koulibaly, Manolas e Albiol sono tre grandi difensori allenati da Ancelotti, un tecnico che stimo moltissimo. Il professore lì in mezzo era Albiol, per caratteristiche tecniche, cioè per letture di situazioni, per capacità di intuire il progresso delle azioni. Koulibaly è eccezionale fisicamente, meno tecnicamente. Manolas è bravissimo sull’uomo, meno ancora propenso di Koulibaly all’idea collettiva.

Voglio dire che il calcio secondo me è capire questo, le singole doti applicate alle situazioni. Non uno schema fine a se stesso. Un uomo che si integra e si completa con un altro fino a fare un reparto. Questo non te lo dice un numero, un tablet o un algoritmo. O lo senti da solo o non capirai mai la partita. Per questo sono convinto che l’allenatore si riconosca solo il giorno della partita”.

Sulla Nazionale dei record: “Mancini sta facendo un lavoro ottimo con la Nazionale. E’ cambiato, ora è più severo e gioca semplice. È un maestro, mentre il nostro è un mondo di professori”.

ALLEGRI GIAMPAOLO SACCHI – Su Giampaolo: “Quest’estate ero a Pescara con Galeone e Giampaolo, era scontato che parlassimo di calcio. Dissi a Giampaolo: ‘Marco, non ti do consigli, ma una cosa voglio dirtela. Sei al Milan, non è da tutti. Non fare una squadra di fighetti perché ti spaccano in due. Non è quello lo stadio per scherzare.

Vuoi un fantasista centrale? Non è Suso. Ma Suso è un gran bel giocatore. Sintetizza, adattati. Il calcio è di tutti. Se non hai il regista che cerchi, niente ti vieta di giocare con due mediani nel mezzo’. L’importante è la qualità dei giocatori. È sulla qualità che un allenatore non deve transigere. E sulla competenza dei dirigenti, che è il vero problema del nostro calcio”.

Sulla classe dirigente italiana: “E’ ora di costruire una nuova classe di dirigenti. Diamo Coverciano in mano alle grandi menti del calcio: faccio due nomi, Lippi e Capello, Hanno fatto tutto nella loro carriera e sono ancora giovani. Basta con gli amici degli amici. Se non avremo buoni dirigenti non avremo nemmeno buoni allenatori. Infatti non sappiamo più a chi dare le grandi squadre. Dobbiamo chiedere ai migliori di darci una mano”.

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