Stadi aperti, porte chiuse: siamo sicuri serva a qualcosa?

Stadi aperti, porte chiuse: siamo sicuri serva a qualcosa?

La Nord dello Stadio Olimpico chiusa per due turni, ma i precedenti non hanno cambiato granché

In principio, 6 novembre 1985, stadio Comunale di Torino, fu Juventus-Verona. Né campionato, men che meno Coppa Italia. Erano gli ottavi di finale di ritorno della Coppa dei Campioni, perché i bianconeri erano campioni in carica, pur macchiati del sangue dell’Heysel, e la squadra di Bagnoli aveva vinto un miracoloso scudetto. Orario insolito, cornice pure. Erano le 14.30 e allo stadio non c’era nessuno. Non perché la partita non richiamasse pubblico, ma perché dopo gli incidente di fine partita del Bentegodi, la Juventus fu punita con la disputa della partita di ritorno senza spettatori nel suo stadio. Non ricordo esattamente se fosse questo il primo caso di “porte chiuse”, forse sì, forse no, di certo è un ghiotto punto di riferimento.

Poi, dal 2005, giocare senza pubblico o parte di esso è divenuta quasi una regola. Per inagibilità dello stadio, per intemperanze dei tifosi, sia in Italia che sotto la severa lente di ingrandimento dell’Uefa si è spesso giocato in una atmosfera vuota e desolante. Alla Lazio è capitato in Europa contro il Waregem, giovedì scorso, retaggio di cattivi comportamenti dei suoi tifosi contro lo Sparta Praga nel marzo 2016.

Le motivazioni di questo provvedimento

Viene da domandarsi ancora una volta a cosa serva questo provvedimento, che, oltre a non eliminare il problema alla radice, finisce per danneggiare tanti per colpa di pochi. Al netto delle colpe dei tifosi laziali, quante volte abbiamo assistito a seggiolini lasciati vuoti anche solo in porzioni di stadio? E’ forse solo la curva il centro di tutto il male? E se con la curva chiusa a fare i “bu” razzisti fossero coloro che siedono in tribuna? Non è un luogo comune ritenere che la maggior parte di chi si reca allo stadio rappresenta lo zoccolo “buono” del tifo.

Chiudere gli stadi o vietare le trasferte, ad eccezione di qualche occasione davvero a rischio, è in primis una sconfitta per tutto il movimento, e immediatamente dopo la prova concreta che tutto ciò che è stato fatto per identificare i responsabili (tessera del tifoso, che verrà presto abolita, tornelli, schedature varie) non è stato poi di così grande aiuto.

Che qualcosa non stesse funzionando sarebbe dovuto essere chiaro durante Juventus-Udinese del dicembre 2013, quando, con la curva vietata ai tifosi di casa e aperta a uno stuolo di bambini, gli stessi pargoletti si abbandonarono a un secco insulto avvertito senza alcun equivoco da tutto lo stadio, ad ogni rinvio del portiere, esattamente come facevano “i grandi”.

Che a cambiare debba essere la cultura sportiva e non la fisionomia di un impianto con chiazze di seggiolini deserti che colpiscono 100 per educarne zero?

 

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