Modena, dalla serie A al funerale storia di un declino

Modena, dalla serie A al funerale storia di un declino

Il Modena in una crisi senza via d’uscita

Maggio 2002. Mentre l’Inter di Ronaldo tira alle ortiche uno scudetto già vinto, il calcio emiliano, con Bologna e Parma da tempo sugli scudi (ma sui gialloblu incombe il crack Parmalat) ha una nuova protagonista: il Modena di Gianni De Biasi, grazie a uno 0-0 col Genoa, centra la promozione in serie A dopo 38 anni di assenza.

Oggi invece, nemmeno i valorosi studenti che fondarono il club nel 1912, fondendo l’Audax Fc con l’Associazione Studentesca del Calcio e piazzando un docente come presidente, non riuscirebbero a comprendere la triste parabola dentro cui è finito il club gialloblù, ultimo a zero punti nel girone B della serie C.

Domenica, lo zoccolo duro del tifo modenese ha replicato ciò che a Milano si faceva negli anni ’70 dopo un derby: il funerale alla squadra sconfitta, con la differenza che la salma era la loro stessa fede.

Il Modena non ha perso una partita ma sta perdendo la faccia davanti ai suoi 115 anni di storia.

Viene da chiedersi perché in Italia viviamo ancora queste favole tristi: una squadra costretta ad attendere 45 minuti per giocare una partita che sa già non verrà disputata, data la chiusura del “Braglia”, il quale utilizzo è stato revocato dal comune per morosità nella gestione a inizio agosto, che si becca il 3-0 a tavolino (l’avversario era il Mestre) nonché il rischio di essere estromessa dal campionato di serie C.

La gestione Caliendo, padrone dal 2013, che aveva successivamente trasferito la proprietà dalla sua Agcf a una holding con sede alle isole Vergini, ha esasperato gli animi, le scritte sui cancelli e sui muri fuori dallo stadio non si contano.

Ieri, i calciatori del Modena, che in pratica possono scendere in campo solo in trasferta e mercoledì 4 saranno impegnati nella sfida esterna contro il Sudtirol, hanno lanciato il loro appello all’Associazione Italiana Calciatori: «Al momento non interessa cercare un colpevole ma vogliamo giocare ed essere tutelati da chi dovrebbe metterci in condizioni di poter svolgere dignitosamente il nostro lavoro nel rispetto delle regole».

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